Un numero in costante aumento di Infermieri e studenti del corso di laurea in Infermieristica sono convinti che tutti i mali riguardanti la nostra professione, abbiano origine da chi abbia la competenza di formare i nuovi Infermieri.

Ad un corso regionale ormai obsoleto e poco appetitoso è stata applicata una nuova e sgargiante confezione: ora per fare l’infermiere bisogna prendere la “laurea in Infermieristica“.

Ma cosa è cambiato realmente rispetto a quarant’anni fa?

Condividiamo la riflessione di una ragazza che, da poche settimane ha intrapreso il percorso di studi necessario per diventare infermiera per rispondere al precedente quesito.


Buonasera a tutti,
sono una studentessa di infermieristica che, sebbene abbia di fatto appena iniziato questa facoltà (corso di laurea n.d.r.) apparentemente interessante e ricca di soddisfazioni, comincia a nutrire le sue primi perplessità ed i suoi primi ripensamenti.

Scrivo questo post poiché spero di ricevere, se non qualche consiglio, perlomeno conforto.

Debbo premettere doverosamente (e dolorosamente) che ho intrapreso questo corso di laurea non essendo più giovanissima.
Ho 27 anni ed ho alle spalle una laurea in filosofia (triennale e specialistica) ed una esperienza lavorativa di tre anni che mi ha frustrato fino a portarmi a riconsiderare drasticamente il mio – per dir così – destino professionale.

Ho iniziato a frequentare le lezioni con estremo interesse imparando in qualche maniera ad amare visceralmente l’anatomia e la fisiologia. Ero alla stessa maniera interessata alla pratica clinica, piena di aspettative nei confronti dei laboratori professionalizzanti e dei tirocini. Cos’è andato storto, dunque?

Anzitutto sono oltremodo frustrata da come è organizzato il corso di studi: tantissime nozioni da assimilare nel corso di neppure un mese ammassate in moduli che condensano una marea di conoscenze in pochi CFU.

Ed alla fine della sfacchinata resta soltanto la firmetta sul verbale in quanto di quel pastone di anatomia, fisiologia, istologia propinatomi io non ho avuto modo né di comprendere né quantomeno di imparare assolutamente nulla; ho soltanto mandato a memoria un’accozzaglia variamente articolata di argomenti da testi ridicoli – ad usum delphini – restando di fatto totalmente ignorante in materia.

Per me, che ho voglia di comprendere ed imparare – ed è per questo che seguo assiduamente questo gruppo – ciò è pari ad una mutilazione intellettuale.

In secondo luogo il cosiddetto laboratorio professionalizzante è stato un’esperienza al limite del ridicolo; otto ore dedicate al rifacimento dei letti, agli angoli, al bidèt e qualche minuto soltanto per mostrare la rilevazione dei parametri vitali, senza nemmeno dar modo a noi studenti di imparare le procedure.

Mi è stato lasciato intendere dai docenti che fondamentalmente entrerò in reparto soltanto per rifare i letti e prestare le cure igieniche; almeno per quest’anno!

Io non voglio assolutamente sottrarmi alla componente più, per dir così, basilare della mia professione ma cosa dovrei guadagnarci da tre mesi di angoli alle lenzuola?

L’infermiere ha dunque guadagnato soltanto il pezzettino di carta da esporre in salotto restando sostanzialmente il faccendiere di vent’anni fa che deve capire poco e niente di come funzioni il corpo umano?

A voi la parola, augurandomi di non avervi tediato troppo.


L’interessante disamina apparsa sul gruppo Facebook “The Medical Alphabet” descrive alla perfezione la realtà comune alla maggior parte degli pseudo corsi universitari che formano “professionisti intellettuali” specializzati nel rifacimento letti e nell’arte della spolveratura e pulizia dei comodini.

Come si può rianimare una professione agonizzante?

Simone Gussoni

Fonti: The Medical Alphabet