Carcere e malattia: storie di detenuti morti nell’indifferenza

Anche se soffrono di gravi patologie, ai reclusi è spesso negata la possibilità di curarsi. Purtroppo non è un caso isolato, quello del detenuto piantonato…

Anche se soffrono di gravi patologie, ai reclusi è spesso negata la possibilità di curarsi.

Purtroppo non è un caso isolato, quello del detenuto piantonato in carcere, nonostante avesse un tumore allo stadio terminale, e poi morto nel reparto di Rianimazione dell’ospedale San Paolo di Milano. Nelle patrie galere accade spesso.

Questa vicenda parte dal dicembre 2018, quando Giorgio C., 58 anni, oltre a tosse e difficoltà respiratorie, accusa un dolore persistente al polmone sinistro. Il 12 aprile una radiografia al torace evidenzia il collasso del polmone sinistro. Viene ricoverato d’urgenza al Fatebenefratelli. Due settimane dopo, la scoperta del tumore maligno, le dimissioni dall’ospedale e il ritorno in cella, in attesa di una Tac-Pet per confermare la diagnosi. Accertamento che viene eseguito 25 giorni dopo.

Nel frattempo il legale Francesca Brocchi deposita alla Corte d’Appello l’istanza per valutare la compatibilità con il carcere e ottenere la sostituzione della misura cautelare, per consentirgli di curarsi. I giudici, in assenza delle relazioni mediche, non possono decidere sulle ripetute richieste. Le sue condizioni peggiorano, ha metastasi alle ossa, non si regge in piedi. Il legale reitera la richiesta di scarcerazione, ma la Corte d’Appello non può ancora provvedere per mancanza della documentazione clinica. Il 15 luglio viene dimesso con una diagnosi che non lascia scampo, ma tre giorni dopo viene di nuovo ricoverato nello stesso ospedale. Lì muore dopo atroci sofferenze.

Una storia che ricorda quella del detenuto Giuseppe D’Oca, malato anche lui di tumore ai polmoni, detenuto nel carcere di Vigevano. Il 2 agosto 2016 è venuto a mancare all’età di 59 anni all’ospedale di Pavia. Durante la sua permanenza in carcere il tumore avanzava sempre di più. Già a fine 2014 si vide che non stava bene e i famigliari fecero richiesta di incompatibilità con il carcere, che però gli venne negata. Da quel momento in poi è andato sempre peggiorando, dimagrendo visibilmente, non mangiando più.

La Corte d’Assise d’Appello di Milano, nel 2015, aveva negato il trasferimento del detenuto – che scontava l’ergastolo – ad altro regime di detenzione, suggerendo l’acquisto di una dentiera, perché nel frattempo, a causa di una piorrea, aveva perso l’intera dentatura.

Era quello, secondo i magistrati, il motivo del dimagrimento. A quel punto i famigliari pagarono un neurologo per effettuare una visita specialistica. Il medico aveva riscontrato che era incompatibile con il carcere. Ma niente da fare: secondo le autorità, D’Oca poteva essere curato in cella. In pochi mesi dimagrì di 40 chili e fu ricoverato urgentemente il 28 maggio del 2016 per il suo clamoroso deperimento, tanto da destare le preoccupazioni del medico di turno. Troppo tardi: morì dopo due mesi.

C’è poi la vicenda di Roberto Jerinò. Recentemente il gip ha disposto la riapertura delle indagini per il detenuto nel carcere calabrese di Arghillà e morto nel dicembre del 2014 all’ospedale di Reggio Calabria. Durante la detenzione cadde per terra perché la sua gamba perse la memoria dei movimenti; poi toccò ali braccio e infine alla bocca. Venne portato di corsa in ospedale: ischemia, fu la diagnosi, con paresi facciale e degli arti. L’avvocato, come logico, chiese la concessione dei domiciliari. Richiesta rigettata. Fu subito riportato in carcere, nonostante la diagnosi.

Secondo la testimonianza di alcuni detenuti, alle 3 di notte del 12 dicembre 2014, Roberto sentì assottigliarsi e allargarsi una vena in testa: era un movimento continuo, lievemente doloroso. Chiamò un suo compagno di cella, chiedendogli una camomilla: credeva di avere solo bisogno di tranquillizzarsi. Non riuscì a dormire quella notte. La mattina dopo si segnò in elenco per l’infermeria. Gli misurarono la pressione: nessuna anomalia. Fu così per l’intera giornata: un dolore costante, ritmato; la pressione era stabile. Il 13 tutto uguale: dolore e pressione stabili. Non facevano altro
che misurargli la pressione e riportarlo in cella. Stava impazzendo di dolore, Jerinò. Dopo tre giorni di lamenti e richieste di soccorso, rimase paralizzato nel letto. Lo portarono in ospedale che era già in coma. Non si risvegliò più. Morì il 23 dicembre del 2014.

Redazione Nurse Times

Fonte: Il Dubbio

 

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