Angelo Scola , Arcivescovo di Milano, Cardinale della Santa Romana Chiesa del titolo dei Santi XII Apostoli, Metropolita della Provincia milanese e Capo del Rito Ambrosiano interviene nel rapporto che c’è tra l’alimentazione e il mondo dell’assistenza sanitaria, nello specifico di quella infermieristica, al Convegno Nurses4Expo organizzato a Milano dalla CNAI (Confederazione Nazionale Associazioni Infermieri/e).

La malattia – secondo il cardinale – toglie la sordina al grido strutturalmente presente nel cuore di ogni uomo, ad un tempo capace di infinito ma strutturalmente legato alla finitudine; sia pure esprimendola in 100 formulazioni diverse, dalla più o meno muta implorazione fino alla più imperiosa pretesa, la domanda che il malato fa all’infermiere è sempre la stessa: “fammi durare, fammi star bene, fammi vivere”.

Ma che cosa si trova veramente al cuore di questa domanda, come la possiamo interpretare: ce lo dice un termine che il cristianesimo ha esaltato ma che come tale è già presente nel mondo pagano e nella religiosità di tutti i popoli, e che riesce a rispondere fino in fondo all’interrogativo su cosa nutre la vita, ed è la parola “salvezza”.

“Il pianeta ha sempre più bisogno di cibo e tutti hanno diritto ad essere in salute – ha commentato Scola – l’uomo deve imparare a vivere, e a vivere meglio. A nessuno sfugge che malattia e cura hanno a che vedere con la malattia e la vita, nel rapporto eterno tra uomo e creato. Quando ci riempiamo la bocca con il termine ecologia non ci rendiamo conto che continuiamo a sbagliare giorno dopo giorno e che stiamo lavorando contro la natura e non a favore. Educare ed educarsi a star bene nel fisico e nello spirito ci aiuta ad affrontare meglio la vita. L’Infermiere moderno non può e non deve dissociarsi dal connubio tra spirito e sapere, tra dolore e piacere, tra prosperità e povertà.”

“Il dolore fisico non deve essere separato dal dolore psichico e spirituale – ha terminato Sua Eminenza – ma deve tener conto di tutti gli aspetti della vita umana. Voi Infermieri siete chiamati a fare sempre di più e ad agire spesso in condizioni pericolose e disumane: non abituatevi mai a farlo in maniera fredda e passiva, ma continuate ad agire scientemente e spiritualmente in maniera corretta, dirigendo la vostra azione sempre più verso chi ha bisogno del vostro aiuto. Che vi chiede il paziente quando vi chiede salute? Dalla risposta dipende il modo di affrontare la patologia e la morte. La domanda che vi fa un vostro assistito è sempre la stessa, vi chiede di durare nel tempo e di sopravvivere il più possibile. A monte di questa domanda c’è la parola ‘salvezza’. Agite come farebbe una mamma con il proprio figlio.”

Savino Petruzzelli