A dirlo, durante la cerimonia di presentazione del progetto “Infermieri in Parrocchia” è don Massimo Angelelli direttore dell’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della C.E.I., e Angelo Tanese, direttore generale dell’Azienda sanitaria locale Roma.

Il progetto partirà a settembre in Piemonte, Lazio e Basilicata. “L’infermiere di parrocchia ‘non eroga prestazioni’ ma, confrontandosi con un coordinatore parrocchiale, attiva procedure e servizi per i bisogni che emergono sul territorio” sostiene don Angelelli.

Il dibattito sull’argomento aperto sui social divide la comunità; alcuni intravedono una buona opportunità di sviluppo delle competenze infermieristiche e altri che si dichiarano contrari, ritenendo il progetto un’ulteriore mortificazione alla considerazione professionale del professionista.

Don Angelelli in una intervista a Vatican news così enuncia il progetto:

“I modelli di sanità stanno cambiando in Italia” come sta mutando anche “il tessuto sociale” e per affrontare “le prossime emergenze”, “le cosiddette cronicità”, come ad esempio l’Alzheimer o una “situazione terminale magari di derivazione oncologica”, la parrocchia si offre come “luogo di incontro tra queste necessità e il Servizio sanitario nazionale”, per evitare che la malattia diventi un’altra “fonte di povertà”, un “ulteriore discrimine”, generando “una nuova cultura dello scarto”.

“Noi vediamo che i modelli di sanità stanno cambiando in Italia, c’è una forte contrazione degli investimenti da parte dello Stato, le strutture sanitarie stanno diminuendo e si stanno specializzando per situazioni di acuzie, quindi con pochi giorni di degenza si fa un intervento, seguito da un momento breve di cura, quindi si viene rimandati al domicilio. Non sempre sul territorio c’è una rete di sostegno, di continuità delle cure e ci rendiamo conto che spesso le famiglie si trovano sole ad affrontare tante realtà di sofferenza e di malattia. Il secondo motivo è che sta cambiando anche il tessuto sociale e le prossime emergenze, ci dicono tutti i dati, sono le cosiddette cronicità, malattie che accompagnano un tratto lungo della nostra vita e che non hanno bisogno di trattamenti ospedalieri ma vengono vissute a domicilio, pensiamo ad esempio all’Alzheimer. Allora abbiamo immaginato che la parrocchia potesse essere il luogo di incontro tra queste emergenze, queste necessità e il Servizio sanitario nazionale. E abbiamo pensato ad una figura: un infermiere di comunità in parrocchia o, più brevemente, un infermiere di parrocchia, che potesse raccoglie i bisogni che emergono dal territorio e trovare una risposta nella riviera dei servizi che già esistono”.

Si punta quindi sulla rete di contatti e relazioni sociali sul territorio che è propria di ogni parrocchia?

“Le parrocchie hanno una grande rete di controllo del territorio, reti sociali, immaginiamo la semplice ma fondamentale rete dei ministri straordinari della Comunione, il volontariato, i movimenti, che possono attraverso un’azione di screening controllare i territori, i condomini, far emergere bisogni che tante volte non vengono nemmeno intercettati dal Servizio sanitario nazionale: si tratta di persone che, se non chiedono un servizio, non possono averlo perché non possono essere individuate”.

Ci sono dei primi dati?

“La sperimentazione è su base nazionale, in tre aree molto diverse: Piemonte, Lazio e Basilicata. In questa fase, abbiamo individuato tre diocesi, Alba, Roma e Tricarico, con alcune parrocchie che si mettono a disposizione. A settembre parte la sperimentazione e speriamo di avere nei primi 6-8 mesi dei numeri sull’efficacia e sull’adattamento di questo servizio sul territorio”.

Viene in mente quell’impegno a combattere la cultura dello scarto sottolineato più volte da Papa Francesco…

“Ci stiamo rendendo conto che la modifica dell’offerta sanitaria rischia di creare nuove sacche di povertà. Purtroppo quando interviene la malattia, salta quel minimo fragile equilibrio costruito in tutta una vita con tanta difficoltà. Quindi c’è il rischio di scendere sotto la soglia della povertà semplicemente perché non si hanno le risorse economiche per potersi curare o perché una famiglia, per avere una rete di sostegno, rischia di dover attivare delle risorse economiche aggiuntive che non sempre sono disponibili. E la malattia non può diventare fonte di povertà, ulteriore discrimine. C’è dunque bisogno di una rete di sostegno, in maniera tale che non si generi una nuova cultura dello scarto. Questo è ciò che stiamo cercando di combattere in un modello sussidiario in cui la parrocchia non si sostituisce allo Stato, perché l’infermiere di parrocchia non eroga prestazioni, non si crea un ambulatorio infermieristico, ma è una rete sociale di sostegno e di incontro”.

Come funzionerà il servizio?

“Ci sono due figure di riferimento nell’ambito di questo progetto. La prima è un coordinatore parrocchiale di Pastorale della salute. Immaginiamo un diacono, un ministro straordinario della Comunione che sappia contattare le realtà sul territorio. Questa prima fase di raccolta dati farà emergere una lista di bisogni. La Asl manderà poi un suo infermiere qualificato e col coordinatore si incontreranno in parrocchia, anche due o tre volte la settimana, facendo il punto della situazione. Ci sarà una condivisione dei dati, verranno presentate tutte le necessità: per esempio in una famiglia c’è un disabile, in un’altra c’è un anziano solo, in un’altra ancora c’è una cronicità, c’è una situazione terminale magari di derivazione oncologica. A quel punto l’infermiere potrà dire: su questo territorio possiamo chiedere l’assistenza domiciliare, possiamo seguire questo percorso di screening, possiamo attivare queste risorse, possiamo trovare il modo di agevolare l’accesso di determinate prestazioni. I servizi verranno infine attuati per quei destinatari e si continuerà a monitorare la situazione, per vedere se effettivamente il bisogno sia stato accolto e superato”.

Alla presentazione del progetto ha preso parte anche il dott. Cosimo Cicia per il Comitato centrale della Fnopi.

E’ indubbiamente positivo che si pensi agli infermieri come ponte tra territorio e bisogni di salute dei cittadini. L’infermiere di parrocchia quindi dovrà prendere in carico i bisogni (inespressi) di salute di una comunità, quella parrocchiale.

Molti gli interrogativi posti dai lettori sull’argomento. Noi pronti ad accogliere tutte le valutazioni e considerazioni del caso.

La nostra idea?

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Redazione NurseTimes

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