Si tratta della seconda più grave crisi mai vista nella regione, già falcidiata dalla guerra. I controlli al confine non fermano il contagio.

L’epidemia di ebola, iniziata lo scorso agosto nella Repubblica Democratica del Congo, avanza e, per la prima volta, supera i confini nazionali. Tre le vittime accertate in Uganda, il secondo Stato africano contagiato dal virus mortale. Si tratta di due fratellini di 3 e 5 anni e della loro nonna, che pochi giorni fa avevano attraversato il confine con il Congo per partecipare al funerale di un parente, anche lui morto di ebola.

L’allerta è massima lungo i 300 chilometri di confine che dividono i due Stati centro-africani. Nella località di frontiera di Bwera, il Governo locale, insieme all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e alla Croce Rossa hanno montato strutture di pronto intervento per monitorare le persone che transitano dal Congo. Chi ha la temperatura alta viene testato e messo in quarantena; gli altri, dopo aver lavato accuratamente le mani con la clorina, vengono fatti entrare. È un filtro che però non esclude l’ipotesi di espansione dell’epidemia, dato che migliaia di congolesi, comprese le tre vittime, attraversano la frontiera in zone porose, dove mancano i controlli, aumentando così il rischio di ulteriori contagi.

L’Uganda ha gestito varie crisi di ebola in passato, e i medici locali sono considerati i migliori nella regione. L’Oms, sapendo del rischio elevato che l’epidemia sconfinasse dal vicino Congo, ha immunizzato 4.700 operatori sanitari ugandesi con un vaccino sperimentale. Ma la tensione è alle stelle, perché nelle cliniche mobili mancherebbero addirittura i guanti protettivi. Questa la denuncia all’Associated Press del responsabile dell’ospedale di Bwera, dove sono morti i tre contagiati di ebola. «Abbiamo dovuto attendere ore per avere un’ambulanza che trasportasse via i cadaveri – ha detto Pedson Buthalha, direttore del nosocomio ugandese all’agenzia di stampa americana AP –. Ci servono zone di isolamento maggiori per poter trattare più pazienti».

A causa delle precarie condizioni igieniche, due infermiere potrebbero essere state contagiate e si trovano anche loro in isolamento. Inoltre gli operatori sanitari che si trovano alle frontiere sono senza stipendio da 4 mesi e minacciano lo sciopero. Il ministro della Salute sta cercando di intervenire, ma ha accusato i governatori locali di essersi appropriati dei fondi che erano stati predisposti per combattere l’eventuale arrivo dell’epidemia.

Al di là della frontiera, in territorio congolese, l’epidemia non sembra regredire. Negli ultimi 3 mesi i casi sono aumentati: 2.108 quelli accertati. In crescita anche il numero delle vittime: 1.411 in totale. Si tratta della seconda più grave crisi nella storia di ebola, dopo quella del 2014 in Africa occidentale, e della prima volta che avviene in un’area di guerra. L’epicentro coincide con un’area dove sono presenti almeno una decina di milizie armate che lottano da anni per il dominio del territorio ricco di coltan, il minerale usato per realizzare le batterie dei nostri smartphone e computer.

Nonostante sia stato chiesto più volte il cessate il fuoco, anche con il nuovo presidente congolese Felix Tshisekedi, laboratori e centri medici adibiti per contenere l’epidemia sono stati assaltati dai guerriglieri. Dall’inizio dell’anno si sono verificati 130 attacchi, con 4 morti tra medici e infermieri e 38 feriti. Secondo i Mai-Mai, uno dei gruppi armati dietro le violenze, la presenza di ebola sarebbe una bufala inventata dall’Occidente per occupare questa strategica parte di territorio.

Ad aggravare la situazione, anche la presenza di una nuova cellula fedele allo Stato Islamico, arrivata a ingrossare le file di una striscia di terra ormai quasi fuori controllo. Nonostante molti operatori sanitari siano stati fatti rientrare per ragioni di sicurezza, si stima che 130mila persone siano state immunizzate, anche se l’efficacia del vaccino non è stata ancora scientificamente provata. A questo si aggiunge che, secondo l’Oms, degli 87 milioni di dollari di fondi richiesti per combattere l’epidemia, ne sarebbero arrivati solo un terzo dai Paesi donatori. Al momento l’Organizzazione mondiale della sanità ha deciso di non dichiarare l’emergenza sanitaria internazionale, suscitando non poche polemiche.

Redazione Nurse Times

Fonte: Il Secolo XIX