Coronavirus, caos in Lombardia: la diffida Aadi.

Di seguito la nota del presidente Di Fresco, inviata al prefetto di Milano, al governatore Fontana, nonché ai direttori generali di numerosi presidi ospedalieri lombardi,…

Di seguito la nota del presidente Di Fresco, inviata al prefetto di Milano, al governatore Fontana, nonché ai direttori generali di numerosi presidi ospedalieri lombardi, e avente a oggetto la mancanza di presidi medico-chirurgici protettivi e di protocolli / linee guida per l’pproccio ai pazienti con Covid-19.

La scrivente Associazione tutela il diritto del lavoro e della salute degli Infermieri sul territorio italiano. Il caos che regna nei servizi di accoglienza e di cure (DEA e reparti di degenza) non permette agli infermieri di seguire protocolli ben definiti e ciò causa, purtroppo, promiscuità tra pazienti non infetti (che si presentano al pronto soccorso per altre problematiche) e pazienti potenzialmente infetti che mostrano il quadro sintomatologico compatibile con la COVID-19. Si allegano alla presente alcune segnalazioni pervenute alla scrivente (vedi allegato, ndr), con preghiera di esaminarle tutte con estrema attenzione affinché si rilevi la totale discrepanza tra quanto riferito dalle fonti governative e quanto, invece, accade nei servizi assistenziali, completamente abbandonati al caos più totale.

Questa infezione pare venga troppo spesso sfruttata per giustificare abusi che però tuttora, la normativa sanziona e che non possono, quindi, essere tollerate altrimenti. La direzione sanitaria di un ospedale romano, a causa di una paziente positiva al coronavirus, proprio ieri sera ha chiamato al telefono gli infermieri operanti in questo reparto per comunicargli che avrebbero dovuto sospendere il servizio di assistenza e avrebbero dovuto isolarsi in casa; tutto ciò telefonicamente e senza assumersi alcuna responsabilità, tanto che non è neppure possibile tracciare l’origine di tale imposizione d’ufficio.

Stiamo considerando, nella fattispecie, soprattutto gli infermieri ed infermiere genitori con bambini piccoli o neonati ovvero con parenti conviventi anziani e particolarmente defedati o ad elevato rischio infettivo come i broncopatici, i cardiopatici, i diabetici e gli immunodepressi in genere; eppure da parte del governo si pretende esclusivo spirito missionario, dimenticando che questi sono professionisti. Approfittando della dedizione degli infermieri, alcuni primari pretendono che detto personale broncoaspiri i pazienti senza indossare la mascherina, con ovvi rischi infettivi dovuti alla diffusione di particelle di secrezioni nella zona di aspirazione.

Gli infermieri non sono carne da macello! Molte aziende, addirittura, resistono al legittimo riconoscimento dell’indennità di malattie infettive che, seppur misero, avrebbe comunque effetto deflattivo sull’animosità che in queste ore sta crescendo sull’emarginazione e mortificazione professionale del personale infermieristico e, soprattutto, sul valore sociale che il governo attribuisce a questa professione. Ci saremmo aspettati un riconoscimento economico indennitario almeno apri a quello che percepiscono i colleghi di malattie infettive e non certo un umiliante rifiuto categorico. Si sommi a questo trattamento anche l’assenza di dispositivi di protezione che rende ancor più riluttante l’azione e l’interesse governativo verso chi si prodiga per la vita e la salute dei cittadini.

Con la giustificazione del coronavirus si sta assistendo alla violazione sistematica e reiterata di diritti di natura costituzionale che interessano la dignità della persona e dei lavoratori. Nonostante ciò, questi professionisti continuano a prestare assistenza ai cittadini, a dimostrazione della loro professionalità ed abnegazione; ciò però non permette di gettarli, senza alcuna protezione, nel caos più totale.

Comunque, non si comprende per quale motivo le aziende ospedaliere stiano agendo nel silenzio più assurdo e senza lasciare traccia degli isolamenti imposti agli infermieri, né si comprende per quale motivo non aiutino le famiglie composte da genitori infermieri che, rientrati in servizio, non sanno a chi affidare i propri figli minori (considerando la frettolosa ed inopportuna chiusura delle scuole senza provvedere un sostegno sostitutivo). Non si comprende neppure quale tipo di mascherine debbano indossare, quando debbano indossarle e per quanto tempo; fatto sta che le mascherine sono pochissime e vengono indossate fino a quando si lisano per la troppa umidità assorbita nella fase espiratoria. 6 Vertendosi in rapporto contrattuale, l’art. 2087 C.C. è da porsi in stretta relazione con la malagestio che state dimostrando, abbandonando il personale infermieristico a se stesso, senza linee guida e quindi in totale anarchia confusionale.

L’art. 2087 C.C. impone al datore di lavoro di adottare le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. Non appare, a questa Associazione, che delle mascherine possano essere considerate presidi impegnativi ed esosi che non possono essere affrontati dalle amministrazioni pubbliche per tutelare la salute di chi sta offrendo la propria vita e le proprie capacità per il bene collettivo.

Per tali motivi si invita chi di dovere a fornire, tempestivamente, tali mezzi di protezione. Invito, pertanto, chi di dovere ad istruire un tavolo tecnico per emanare direttive organizzative specifiche, utili a sostenere, di volta in volta, il personale profuso in prima linea alle cure dei pazienti infettati e bisognosi di assistenza. Naturalmente questa Associazione si rende disponibile a tal fine. Confidando in un riscontro, si inviano cordiali saluti.

Il presidente – dott. Mauro Di Fresco

ALLEGATO: Diffida e segnalazioni Aadi

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Redazione Nurse Times

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