Coronavirus, il caso dei medici di base: “Devono aiutare nell’emergenza”

Finora respinta la richiesta di effettuare tamponi e assistenza ai pazienti in isolamento. Pressing di Governo e Comitato tecnico scientifico. I presidenti delle Regioni l'altro…

Finora respinta la richiesta di effettuare tamponi e assistenza ai pazienti in isolamento. Pressing di Governo e Comitato tecnico scientifico.

I presidenti delle Regioni l’altro giorno hanno incalzato il ministro Roberto Speranza: chi lavora negli ospedali da mesi non ha respiro. Vi sono categorie a cui chiediamo enormi sacrifici, eppure i 50mila medici di base che abbiamo sul territorio non vengono coinvolti a sufficienza nella guerra al coronavirus. Perché non si fanno carico, quanto meno, dei pazienti in isolamento? Perché non fanno loro i tamponi negli studi medici? Anche il Comitato tecnico scientifico, da molte settimane, chiede un maggiore impegno da parte dei medici di base. Di fronte a questa pressione, dal ministero della Salute ribattono che il problema è conosciuto, ma che c’è una trattativa in corso con le associazioni dei medici di medicina generale per coinvolgerli maggiormente nelle operazioni di contrasto della pandemia.

Secondo Pierluigi Bartoletti, vicepresidente vicario di Fimmg (la Federazione dei medici di medicina generale) l’accordo domani dovrebbe essere siglato. Qualcosa in realtà già si è mosso. Il Lazio, ad esempio, ha diffuso un bando pubblico per chiedere quali medici di base fossero disponibili a eseguire i tamponi: su 4mila hanno risposto in 330. Un numero non straordinario, ma un punto di partenza. Inoltre, nelle Uscar, le squadre di camici bianchi che girano sul territorio e che in certe situazioni vanno nelle abitazioni dei casi sospetti, ci sono anche i medici di famiglia. “Ma dobbiamo coinvolgerli maggiormente ­- dice l’assessore regionale alla Salute, Alessio D’Amato -­ anche per l’assistenza e il tracciamento. Da noi ci sono 20mila persone in isolamento e 4mila medici di famiglia. Sarebbe sufficiente che ognuno di loro si facesse carico di cinque pazienti”.

Un ragionamento simile lo fa anche Marco Marsilio, presidente dell’Abruzzo, dove i medici di base sono 2mila. In tutta Italia sono 50mila e, se è vero che nella prima ondata, in Lombardia, alcuni medici di famiglia sono stati contagiati e sono morti per prestare assistenza, oggi le segnalazioni di chi magari ha i sintomi, ma non riesce a mettersi in contatto con il proprio medico sono numerose.

In sintesi: da una parte ci sono le Regioni, compatte, che chiedono al Governo di convincere/costringere i medici di famiglia a eseguire i tamponi e a partecipare in forze alle operazioni di assistenza e tracciamento; dall’altra c’è il ministro della Salute, Roberto Speranza, che da tempo sta conducendo la trattativa con le associazioni di categoria e deve superare alcune resistenze. Al tavolo ci sono i sindacati medici, tra cui Fimmg che rappresenta una fetta consistente della categoria. Pierluigi Bartoletti, vicesegretario nazionale, come detto, sostiene che l’accordo medici­governo è vicino.

Ma perché i medici di base si stanno tirando indietro? Replica Bartoletti: “Sa qual è la verità? Fino a oggi siamo stati sotterrati da tonnellate di carta. Tutta l’attività è legata a valanghe di richieste di certificazioni, segnalazioni, notifiche e richieste di tamponi. Poi non è vero che ci tiriamo indietro. A Roma siamo in campo da marzo. Oggi la guerra a Covid­-19 si vince con la tempestività della diagnosi e con la capacità di liberare subito dal sospetto un malato con la febbre che però non ha il coronavirus. Faccio l’esempio della giornata appena conclusa: come Uscar, le squadre sul territorio
formate anche dai medici base, siamo di supporto all’Ares 118. Abbiamo visitato cinque pazienti con i sintomi. Solo uno era positivo, ma si è scoperto dopo”
.

In tutta Italia si segnala la carenza di coinvolgimento dei medici di base nella sfida al coronavirus. Bartoletti replica: “Al Nord molti colleghi sono stati in prima linea, conoscono bene il nemico e purtroppo alcuni sono
morti. Nel Lazio, comunque, abbiamo una macchina rodata. In altre regioni, ancora manca la necessaria esperienza. Ma noi siamo pronti a fare i tamponi antigenici anche nei nostri studi. Non ci tiriamo indietro”
.

Redazione Nurse Times

Fonte: Il Messaggero

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