Coronavirus, in Francia l’immunità collettiva è un traguardo lontano

Lo rivela uno studio sierologico che ha coinvolto 15mila volontari in tre regioni, testati dopo l'ondata epidemica della scorsa primavera. L'aumento dei casi di coronavirus…

Lo rivela uno studio sierologico che ha coinvolto 15mila volontari in tre regioni, testati dopo l’ondata epidemica della scorsa primavera.

L’aumento dei casi di coronavirus fa temere una seconda ondata, ma in Francia l’immunità collettiva è un traguardo lontano perché al momento non supera il 10% della popolazione. Lo rivela uno studio sierologico realizzato da un laboratorio dell’Istituto nazionale di sanità e ricerca medica (Inserm), che ha coinvolto 15mila volontari testati all’inizio del deconfinamento, dopo la prima ondata epidemica della scorsa primavera.

Secondo la ricerca Inserm, a fine lockdow circa il 10% della popolazione adulta era contagiata dal virus Sars-Cov-2 nella regione Ile-de-France, e il 9% nel Grande Est, le due regioni più colpite in termini di contagi e decessi. In Nuova Aquitania, una delle zone meno coinvolte dalla pandemia tra i mesi di marzo e giugno scorso, solo il 3% dei testati presentava anticorpi specifici. Lo studio in questione è stato svolto tra il 4 e il 24 maggio, all’inizio del deconfinamento, e il suo esito è stato pubblicato sul sito MedRxiv. Al momento la ricerca è in attesa di certificazione, prima della pubblicazione su una rivista scientifica.

“La ricerca evidenzia che tutte le zone di Francia rimangono ad alto rischio in caso di ripresa invernale del virus – ha commentato Antoine Flahault, professore di sanità pubblica a Ginevra –. È importante saperlo, anche se non è una sorpresa”.

In base ad un altro studio, diretto dall’Agenzia di Sanità pubblica Francia e dall’Istituto Pasteur, su scala nazionale a metà maggio solo il 4,9% dei francesi era stato contagiato dal nuovo coronavirus. In totale, circa 3,3 milioni di persone e solo il 3,3% della popolazione aveva sviluppato i relativi anticorpi neutralizzanti. Per arginare la diffusione del virus serve che tra il 40 e il 60% di una popolazione sia già immunizzata.  

Nel dettaglio, le ricerche hanno evidenziato che, in proporzione, i giovani volontari sono risultati maggiormente infetti rispetto a quelli più anziani. Inoltre i contagi sono risultati più numerosi nei nuclei familiari in cui vivono uno o più minorenni. Senza fornire una spiegazione, 

gli studi mostrano che le donne sono più colpite dal virus rispetto agli uomini: nelle tre regioni prese in esame dall’Inserm (Ile-de-Frace, Grande Est e Nuova Aquitania), in media, l’8,6% sono risultate già contagiate, contro il 7,2% dei maschi.

Un livello di contagi inferiore è stato riscontrato nei fumatori rispetto ai non fumatori, a riprova che, se “da una parte rappresenta un fattore di rischio aumentato nei pazienti contagiati, dall’altro il fumo avrebbe un effetto protettivo, ma al momento non meglio definito”, si legge nelle conclusioni degli studi diffusi sulla stampa francese.

A sorpresa, non sembra avere una forte incidenza la densità di popolazione, spesso citata invece dagli analisti per spiegare la maggiore circolazione del virus nelle zone urbane. Il livello di sieroprevalenza non varia molto tra zone rurali, semi-urbane e urbane: 7,1% per le prime, 8% per le seconde e 8,9% in città.

Lo studio sul livello di immunizzazione dei francesi ricongiunge ricerche simili svolte tra gennaio e luglio 2020 in diversi altri Paesi, come Belgio, Brasile, Canada, Cina, Italia, Islanda Regno Unito, Spagna, Svizzera e Stati Uniti, in cui il tasso medio di siero prevalenza è generalmente inferiore al 10%.

Secondo gli immunologi, nonostante la ripresa del virus e gli spostamenti estivi, questo dato non dovrebbe aver subito grandi variazioni nelle ultime settimane. Inoltre, “al momento, il livello delle conoscenze scientifiche non permette di determinare per quanto tempo la presenza di anticorpi protegge da un nuovo contagio”, ha ricordato il ministero della Sanità francese.

Redazione Nurse Times

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