Coronavirus, nuovo studio conferma: vaccino antinfluenzale frena il contagio

Esaminati i dati di circa 10.600 dipendenti del Radboud University Medical Center (Paesi Bassi). Da quando è stato dimostrato che il vaccino antinfluenzale riduce le…

Esaminati i dati di circa 10.600 dipendenti del Radboud University Medical Center (Paesi Bassi).

Da quando è stato dimostrato che il vaccino antinfluenzale riduce le probabilità di contrarre il coronavirus, le autorità sanitarie europee (e non solo) invitano a vaccinarsi contro l’influenza, specie di fronte alla seconda ondata della pandemia. Un nuovo studio, segnalato per la prima volta da Scientific American, ha infatti rilevato che gli operatori sanitari vaccinati contro l’influenza nella stagione 2019-2020 hanno registrano il 39% in meno di probabilità di risultare positivi al SARS-CoV-2 nel periodo marzo-giugno, quando è stato dichiarato lo stato di emergenza sanitaria in tutto il mondo.

“La vaccinazione antinfluenzale può contribuire non solo alla riduzione del rischio di contrarre l’influenza ma riduce anche la carica virale correlata al Covid”, hanno scritto gli autori della ricerca. Con questo nuovo studio sono stati esaminati i dati di circa 10.600 dipendenti del Radboud University Medical Center (Paesi Bassi). Del gruppo osservato, 184 operatori sanitari erano risultati positivi al coronavirus entro giugno. Così i ricercatori hanno deciso di concentrarsi su di loro, verificando chi tra questi aveva ricevuto un vaccino antinfluenzale durante l’inverno. Gli autori hanno scoperto che il 2,23% degli operatori sanitari che non avevano ricevuto il vaccino antinfluenzale è risultato positivo al Covid-19, contro solo l’1,33% dei dipendenti vaccinati.

Altri due recenti studi condotti nel nostro Paese hanno riscontrato una tendenza simile: i tassi di coronavirus si sono rivelati inferiori tra gli italiani di età superiore ai 65 anni che avevano ricevuto un vaccino antinfluenzale. Risultati, questi, che si allineano anche con una ricerca precedente, la quale suggeriva come anche i vaccini mirati a un virus specifico (per esempio il morbillo o la poliomielite) possano effettivamente aiutare e preparare il corpo a combattere anche altri invasori.

Quando una persona si ammala, il sistema immunitario produce proteine anticorpali che riconoscono e neutralizzano quel virus specifico. È anche vero, però, che il corpo possiede una risposta immunitaria innata, ovvero una difesa più rapida e generale dei globuli bianchi, che si attivano contro qualsiasi agente patogeno. I vaccini possono aiutare a rafforzare la capacità di questa risposta immunitaria innata attraverso un processo chiamato immunità addestrata, che si attiva quando le cellule immunitarie innate del corpo vengono riprogrammate per reagire più velocemente e in modo più efficiente alle future invasioni.

L’ultimo studio volto a dimostrare la correlazione tra vaccino antinfluenzale e coronavirus, però, ha esaminato nello specifico cosa accade quando le cellule del sangue umano vengono esposte al vaccino antinfluenzale e poi infettate dal SARS-CoV-2. Stando ai risultati, le cellule esposte al vaccino hanno sviluppato in questi casi una risposta immunitaria meglio addestrata rispetto ad altre cellule non esposte. Ciò è dovuto principalmente alla produzione di proteine immunitarie chiamate citochine, che combattono le infezioni.

I ricercatori hanno anche provato a esporre le cellule sia al vaccino antinfluenzale che al vaccino BCG, che colpisce la tubercolosi, e hanno dimostrato che l’esposizione a entrambi i vaccini ha creato un effetto sinergico, aumentando ulteriormente la produzione di citochine delle cellule. Si tratta di dati certamente importanti, soprattutto perché in grado di dimostrare che ad oggi esiste un’evidente correlazione tra vaccino influenzale e coronavirus.

Redazione Nurse Times

Fonte: QuiFinanza

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