Coronavirus, spuntano i “furbetti” della vaccinazione

A Padova si è scoperto che alcuni insegnanti fissavano un doppio appuntamento, cedendo poi una delle prenotazioni a un parente. Si cerca di capire se si tratta di una truffa attuata anche altrove. Segnalazioni nel Lazio, a Napoli e in Sicilia.

L’allarme è scattato a Padova, dove hanno dovuto anche bloccare il sistema informatico che gestisce gli appuntamenti per le somministrazioni. Tra dosi non consegnate, poco personale medico e molte fiale rimaste nel congelatore, la macchina dei vaccini deve fare i conti anche con i “furbetti della doppia prenotazione”. Cioè gente che non vuole aspettare il suo turno e le prova tutte pur di vedersi inoculato il farmaco prima del dovuto rispetto al calendario delle somministrazioni.

Entrando nello specifico e stando all’ultimo caso che ha svelato il Gazzettino, parliamo di insegnanti padovani che, dopo aver prenotato la loro dose, hanno provatoa riservare (usando le proprie credenziali) un altro appuntamento anche per un parente, utilizzando il portale a loro dedicato. Secondo la locale Azienda sanitaria locale (Ulss 6 Euganea), i casi scoperti sarebbero una decina, ma è prematuro definire il perimetro del fenomeno. C’è chi parla di oltre una cinquantina di episodi. Al riguardo, anche al ministero della Salute vogliono capire se, a livello nazionale, truffe simili si siano verificate in altreparti d’Italia.

Il meccanismo della truffa è abbastanza semplice. A Padova, come in altre Regioni d’Italia, gli insegnanti – categoria che viene immunizzata in via prioritaria visto l’alto contatto con altre persone, in primis gli studenti – devono collegarsi a un portale apposito per prenotare la prima dose del vaccino AstraZeneca. Per farlo, devono inserire nominativo e codice fiscale, prima di vedersi fissato un appuntamento. Si fa tutto online, e anche velocemente.

Qualcuno, confidando nella fortuna e in barba alle regole, ha pensato bene che il meccanismo fosse aggirabile: si è collegato una seconda volta alla pagina web della Regione, ha di nuovo inserito il proprio codice fiscale, ma stavolta ha cambiato il nome di battesimo, sostituendo al suo quello di un parente.

Peccato per loro che all’Ulss Euganea un dipendente attento e zelante si sia accorto che qualcosa non andava. L’Azienda, infatti, deve controllare che ci sia corrispondenza tra i dati inseriti online dai singoli e quelli presenti nei registri forniti dai provveditorati. Un funzionario dell’Ulss 6 ha scoperto che in alcuni casi a uno stesso codice fiscale corrispondevano più appuntamenti. Pensava a un errore, ma, andando a fondo, ha notato che cambiava il nome, non il cognome, del destinatario della fiala.

Da qui la decisione di bloccare il portale e ricontrollare tutta la lista. Il direttore generale dell’Azienda Ulss 6 Euganea, Paolo Fortuna, ora non esclude di informare la magistratura. “Ci siamo resiconto – spiega – dell’uso del codice fiscale per più prenotazioni, e abbiamo fatto una pulizia applicando ulteriori filtri al sistema”.

Come detto, ora si vuole capire se nel resto d’Italia ci sono state truffe simili. Tenendo conto che chi attesta il falso con un’autocertificazione, stando all’articolo 76 Dpr 445/2000, rischia fino a due anni dicarcere. Nel Lazio, fanno sapere ambienti vicini alla Regione, qualcuno avrebbe tentato lo stesso blitz, ma in maniera più rozza: fingendosi insegnante. Inutile dire che sarebbero stati subito scoperti, perché il portale pretende anche di conoscere la scuola di appartenenza.

Sempre in Veneto, un paio di settimane fa, si era venuto a conoscenza di cliniche private che, sfruttando il sistema della panchina (cioè fornire le dosi di chi non si è presentato a un altro soggetto pernon buttarle), avevano inserito in lista medici soggetti che non avevano diritto in via prioritaria al farmaco. In quest’ottica va ricordato che i Nas, dall’Emilia Romagna alla Sicilia, hanno passato ai raggi X le cartelle di 540 persone vaccinate in tutt’Italia, perché grazie ad amici medici compiacenti avrebbero ottenuto l’immunizzazione prima del dovuto.

Proprio in Sicilia la Giunta regionale ha approvato un decreto che impedisce ai furbetti di ottenere la seconda dose, dopo aver in maniera proditoria ottenuto la prima. È stato presentato anche un ricorso al Tar di Catania, prontamente respinto dal Tribunale amministrativo.

A Napoli il pm Simone De Roxas, del pool reati che indaga contro la pubblica amministrazione, ha ipotizzato che alla prima maxi-vaccinazione alla Mostra d’Oltremare circa 30 persone si siano intrufolate tra i medici e abbiano ottenuto il farmaco, pur non avendone diritto.

A metà gennaio da più parti, e sottraendo le dosi conteggiate solo a livello nazionale e non in quello locale, si ipotizzò che circa 100mila persone avevano ottenuto l’inoculazione senza motivo. Un numero che poi è stato ridimensionato quasi della totalità, con gli inquirenti – le indagini non sono ancora chiuse – che sono arrivati alla conclusione che i furbetti fossero per lo più medici in pensione o non in prima linea, che avrebbero più semplicemente “saltato la fila”.

Redazione Nurse Times

Fonte: Il Messaggero

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