Dei 2.300 indagati per gli esami gratuiti  a parenti e amici, almeno la metà potrà farla franca perché l’importo era inferiore a 50 euro. La difesa di alcuni camici bianchi: “Qualcuno ha usato la mia password”.

Una scrematura che da una parte sembra un colpo di spugna, ma dall’altra consente al pm Cristina Camaiori (e non solo a lei) di tirare un sospiro di sollievo. Già, perché dei circa 2.300 indagati per le analisi truffa all’ospedale San Martino di Genova, almeno la metà potrà farla franca. Tutti i 12 giudici per le indagini preliminari, coordinati dal presidente Franca Borzone, hanno deciso che saranno stralciate e archiviate le posizioni degli indagati che hanno commesso il reato per importi inferiori ai 50 euro. Invece si procederà per tutti gli altri, con l’eventuale rinvio a giudizio nel caso vi siano gli elementi penali che lo sostengano.

Si tratta di infermieri e medici che fra il 2015 e il 2016 facevano fare esami di laboratorio gratis a parenti e amici. Anche questi ultimi devono rispondere di truffa ai danni del Servizio sanitario nazionale. L’indagine della Procura, condotta dai Nas, è stata divisa, per ovvie ragioni logistiche, in diversi fascicoli, che adesso stanno iniziando ad arrivare sulle scrivanie dei gip. Due, per così dire “pilota”, sono già giunti a destinazione: in uno, affidato al gip Riccardo Ghio, il pm chiede l’archiviazione di alcuni indagati per “tenuità del fatto”. Nell’altro, invece, di cui si occupa la gip Alessia Solombrino, l’accusa chiede il rinvio a giudizio.

Perché questa diversa valutazione? Il pm Camaiori e il procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati hanno considerato le compilazioni “farlocche” della richiesta di esami gratis da parte dei dipendenti dell’ospedale come un falso in certificazione amministrativa, e non un vero e proprio falso in atto pubblico. In quest’ultimo caso la pena prevista è più leggera, e si può chiedere l’archiviazione per tenuità del fatto. Ovviamente questo vale solo per i casi in cui gli esami gratis sarebbero costati al paziente poche decine di euro. I casi davvero più lievi, insomma, ma che rischiano appunto di riguardare un migliaio di persone e che insieme agli altri, oltre a rischiare di ingolfare Procura e ufficio gip, potrebbero creare situazioni e trattamenti diversificati, pur con gli stessi reati contestati.

Per chi invece ha truffato il Servizio sanitario per importi superiori ai 50 euro, o lo ha fatto più volte, la Procura non ammette alcuna tenuità e chiede il rinvio a giudizio. I gip chiamati a pronunciarsi – oltre a Ghio e Solombrino, tanti altri si occuperanno a breve della faccenda – dovranno prendere una decisione comune proprio sul tipo di reato da contestare ai 2.300 indagati. Al di là della decisione finale – falso amministrativo o meno -, la giustizia sarà uguale per tutti i furbetti delle analisi.

La difesa dei medici

Ci sono alcuni primari notissimi, luminari della medicina, professori universitari e specializzandi alle prime armi. C’è chi è finito nei guai per essere stato visitato e non aver pagato, chi ha fatto passare un parente o un amico e chi, molto probabilmente, si ritrova invischiato perché ha richiesto analisi su invito, per così dire, di qualcuno sopra di lui (e l’unico modo per uscirne, a questo punto, sarebbe chiarirlo eventualmente davanti ai magistrati).

«Ricordo che una settantina di euro erano un esame per mia moglie – spiega Carmine Di Somma. E forse mi ero dimenticato di pagare anche per un altro esame». Di Somma è stato responsabile della struttura semplice di Chirurgia oncologica laparoscopica al San Martino e ora è a Novi Ligure. L’ospedale genovese, scandagliando il sistemi degli esami nel 2015, gli aveva contestato di non aver pagato 154,38 euro. E Di Somma aveva saldato quel debito: «In quel periodo vedevo tanti colleghi, anche non medici, che usufruivano di quei canali. Ma un conto è l’urgenza, che ci può anche stare. Alcuni, invece, forse ne hanno abusato».

Uno dei dubbi avanzati degli inquirenti è che alcuni esami potessero essere richiesti anche per pazienti assistiti in intramoenia e inseriti come ricoverati. «No – dice ancora Di Somma –, di pazienti in intramoenia o di qualche traffico di denaro non ho mai sentito parlare. Di favori, magari, ma di quello assolutamente no». È cambiato qualcosa? «Ora un medico, per effettuare un esame all’interno della struttura in cui lavora, deve sempre presentare la ricetta del suo medico curante, viene chiesta in automatico».

Ferdinando Cafiero è il responsabile dell’unità operativa di Chirurgia ospedaliera 1. La cifra che all’epoca doveva rimborsare era di 138,24 euro: «Si trattava di esami chiesti da altri con la mia password, se non ricordo male. Non ho più saputo niente dai Nas». C’è poi Ezio Gianetta, già professore ordinario e direttore di unità al San Martino, ora in pensione: «Confesso che, essendo passato un po’ di tempo, non ricordo perché mi avessero chiesto quei soldi. Credo si trattasse di un esame di controprova per uno dei miei pazienti interni, ma non ne sono sicuro. Dai Nas nessuno mi ha contattato». La cifra, da lui rimborsata, era minima, solo 12,50 euro.

«Sono passati anni – dice invece Marco Frascio –, non ricordo perché quella spesa risultasse non saldata. A quel punto avevo pagato e adesso nessuno dei Nas mi ha chiamato». Fra i vari ruoli che ricopre c’è quello di presidente della Società ligure di chirurgia e presidente del corso di laurea magistrale in Medicina e chirurgia. La cifra poi rimborsata era di 169,71 euro. Anche Daniele Friedman, responsabile della clinica di Chirurgia senologica, aveva restituito 148,68 euro: «Mi sembra si trattasse di esami svolti da altri con la mia password. Uno forse era per un collaboratore che, venendo in ospedale, era caduto col motorino. Ma non ne sono sicuro. Comunque i Nas non mi hanno contattato».

E ancora Paolo Moscatelli, responsabile dell’unità operativa di Medicina di urgenza: «Era stata un’altra dipendente a usare il mio computer, già aperto, per un esame». Prontamente aveva restituito 39,81 euro, secondo la lista del San Martino. Un paziente esente da ticket, invece, riguarda i 26,54 euro che aveva rimborsato Alberto Ballestrero, responsabile del dipartimento di Medicina specialistica: «Quel caso era frutto di circostanze particolari, che non hanno a che fare con quello su cui indagano ora i magistrati. Comunque credo sia giusto e doveroso da parte mia chiarire prima il fatto con chi sta conducendo le indagini». In quella stessa lista, per importi esigui, erano presenti anche Mauro Spriano, immunologo e direttore scientifico dell’Ist, Pierluigi Santi, chirurgo plastico, e Franco De Cian, chirurgo oncologico e docente all’Università di Genova.

Tutti i casi riguardanti medici, o quasi, sono stati denunciati per cifre fra i 60 e i 150 euro, talvolta addirittura irrisori, 15-20 euro. Un’eccezione è Patrizia Giuntini, responsabile S.S. Gestione della dimissione protetta (2.194,26 euro). Cifre più consistenti, oltre il migliaio di euro di analisi, talvolta oltre i 2mila euro, riguardano invece alcuni infermieri. Adesso spetterà ai giudici scremare un calderone che contiene posizioni molto diverse.

C’è chi si è trovato la password utilizzata mentre era in vacanza. C’è invece chi forse ha richiesto accertamenti a fin di bene, ma con una modalità che al tempo era talmente diffusa da essere considerata normale. Situazioni molto differenti da altre in cui, per ragioni da chiarire, sono stati usati nomi inesistenti o persone morte molti mesi prima. Fra gli aspetti per gli investigatori meno chiari ci sono anche oltre 400 “malori in servizio” avvenuti in un solo anno, che avrebbero giustificato l’accesso a cure da parte di dipendenti.

Redazione Nurse Times

Fonti: la Repubblica – Il Secolo XIX