In occasione della giornata nazionale della formazione, promossa dalla Federazione nazionale in Calabria, la presidentessa Mangiacavalli lancia la proposta di un osservatorio dedicato alla professione

FEROLETO ANTICO (CZ) – Il dilemma, dopo più di vent’anni dall’attivazione del primo corso di laurea, resta: ma l’infermieristica nelle università italiane è ancora considerata di serie B rispetto ad altre discipline o ha conquistato non solo gli spazi ma anche l’autonomia, soprattutto sul fronte della didattica, che non la faccia sentire il parente povero nel confronto con le professioni sanitarie?

Una risposta al quesito ha provato a darla la FNC Ipasvi, dedicando una giornata alla formazione accademica, mettendo attorno allo stesso tavolo, Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, l’Università e i diretti interessati (presidenti dei corsi di laurea in infermieristica, professori associati e ordinari).

Una giornata intera, ospitata nella sala convegni del T Hotel di Feroleto Antico, in provincia di Catanzaro (grazie anche alla collaborazione del Coordinamento regionale Ipasvi calabrese e del presidente Fausto Sposato), per delineare lo stato dell’arte della formazione accademica, mettendo in evidenza punti di forza e debolezza, ma provando anche a tracciare la strada futura della formazione infermieristica nel contesto formativo dell’Unione europea e tenendo conto dell’evoluzione dei bisogni di salute.

I tempi, insomma, sono cambiati e per questo, per dirla con le parole della presidentessa nazionale, Barbara Mangicavalli, è arrivato il momento di effettuare “un carotaggio delle politiche della formazione infermieristica”.

Andare al cuore della professione per coglierne gli umori e le aspettative: i primi non sembrano virare verso il sereno, le seconde rischiano di essere frustrate per i prossimi vent’anni.

“E’ arrivato il momento – ha spiegato la Mangiacavallidi aprire un tavolo di confronto continuo con il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, per discutere della nostra formazione. Un tavolo sul quale di discuta non solo del futuro della professione infermieristica, ma anche di quello del sistema sanitario italiano”.

Il timore, evidenziato dalla presidente, è che oggi in università si formino professionisti che “hanno solo l’orientamento a lavorare in ospedale”.

Ci sarebbe bisogno di una rivoluzione gentile, di un cambio culturale, perché l’assistenza sanitaria nei prossimi anni, avrà la sua spina dorsale sul territorio, se non si vorrà far implodere il sistema.

Così acquisisce maggiore importanza la formazione didattica futura “una responsabilità che tocca agli infermieri” come sottolinea Loredana Sasso, professore associato all’Università di Genova.

“Gli studenti in infermieristica hanno bisogno di maestri e non di professori – sottolinea durante il suo intervento – e la qualità della formazione incide su quella dell’assistenza”.

Il presente, però, racconta di un rapporto fin troppo sbilanciato tra ragazzi che scelgono il percorso di laurea in infermieristica (nell’anno accademico 2016/2017 sono stati attivati corsi per poco più di 15mila studenti) e infermieri docenti: ad oggi sono soltanto due gli ordinari che lavorano in università e una manciata di associati.

Fotografia impietosa sullo stato dell’arte della formazione accademica: dopo vent’anni, salvo rare eccezioni, l’infermieristica è entrata nel mondo accademico, ma gli infermieri sono rimasti ai margini.

Salvatore Petrarolo