Il coronavirus ha perso carica virale e quindi è meno pericoloso che a inizio epidemia?

É vero che il coronavirus COVID-19 ha perso carica virale e quindi è meno pericoloso che a inizio epidemia? Ci troviamo davanti ad una domanda che ognuno di noi si sarà posto almeno una volta nella vita.

I pareri sono estremamente discordanti, pertanto abbiamo deciso di condividere il pensiero del prof. Domenico Somma, immunologo e ricercatore presso l’Università di Glasgow.


Avrei evitato volentieri di rispondere a questa, perché è complicata. Vediamo che ne esce. Mettetevi comodi.

Premessa:

Qualsiasi affermazione fatta nel mondo scientifico deve essere accompagnata da una pubblicazione che mostra i dati che confermano quella affermazione. Prima di essere pubblicati i dati vengono controllati da altri scienziati per essere sicuri non ci siano errori.

Ma la pubblicazione non basta: ci sono alcune riviste che pubblicano (quasi) qualsiasi tipo di articolo gli mandi (le famose riviste con basso impact factor), questo perché gli scienziati che controllano questi articoli sono poco esperti. Infine i dati contenuti in una pubblicazione devono essere replicati da altri gruppi (che quindi ripetono gli esperimenti).

Diciamo che abbiamo 3 livelli di certezza delle affermazioni (sono di più, ma manteniamola semplice):

Semaforo rosso – Articolo su rivista con basso impact factor, non ci possiamo fidare

Semaforogiallo – Articolo su rivista con medio/alto impact factor, ok, ma devono essere ripetuti

Semaforo verde – Articolo pubblicato su una rivista medio/alta, i cui esperimenti sono stati replicati da altri gruppi, ottimo!

Non valgono i social network, gli annunci alla stampa, la tv e così via.
Entriamo nel merito, “COVID-19 ha perso carica virale” già non ha molto senso (nonostante sia stata scritta su molti giornali), perché può voler dire 2 cose:
  1. Il virus SARS-COV-2 (che causa la COVID-19) replica meno (quindi da un virus “papà” si creano meno virus “figli”).
  2. Troviamo meno virus in un soggetto contagiato.

Ora, fermiamoci sulla prima affermazione. Questo dipende unicamente dalla sequenza genetica del virus. Chiunque voglia dimostrare questa affermazione non deve far altro che A) sequenziare e trovare la mutazione del “nuovo” virus che replica meno e B) mettere in una provetta 100 virus “vecchi” e 100 virus “nuovi” e far vedere che i 100 virus nuovi fanno meno “figli”.

La comunità scientifica sarebbe molto felice di questo, sarebbe una meritatissima pubblicazione su Nature o Science.


Ma tutti coloro che hanno affermato questo non sono riusciti a dimostrarlo. O meglio, hanno pubblicato su riviste con un basso impact factor[1] [2] (semaforo rosso) o hanno fatto queste affermazioni alla tv o stampa (non vale). L’unica mutazione di cui siamo ora al corrente di SARS-COV-2 fa esattamente l’opposto, fa “più figli”[3] (semaforo giallo).

Passiamo ora alla seconda opzione: “COVID-19 ha perso carica virale” può voler dire “Troviamo meno virus in un soggetto contagiato”? Se sì, a cosa è dovuto questo effetto?

Lo so a cosa state pensando, ma no, questo effetto non è dovuto al caldo[4]. Ma allora a cosa è dovuto? Beh, se non è il virus ad essere cambiato e non è il caldo, siamo noi che stiamo facendo qualcosa di diverso.

Al momento ci sono due spiegazioni:

  1. le mascherine, lavarsi le mani e il distanziamento funzionano non solo per impedire il contagio, ma anche per ridurre la gravità della malattia. Chi si sta contagiando sta “incamerando” meno virus grazie alla mascherina e questo causa una patologia meno grave [5] (anche qui semaforo giallo, ma è una buona notizia comunque! Un motivo in più per usare mascherine e distanziamento che se non riescono a difenderci completamente dal virus ci fanno ammalare con meno sintomi);
  2. C’è un altra ragione e non è tanto buona come la precedente. Bisogna immaginare i contagiati come una piramide o come una torta nuziale con lo strato della base più largo che va via via diminuendo. La base larga sono i contagiati asintomatici, poi ci sono i sintomatici con sintomi lievi che possono restare a casa, poi ancora i sintomatici gravi che devono essere ricoverati in ospedale e infine in cima, lo strato più piccolo, ci sono quelli che vanno in terapia intensiva. Quando a Marzo c’erano 500 contagiati questi erano individuati perché finivano in ospedale (i due strati più piccoli). Non avevamo nessuna idea di quanti appartenessero alla torta più grande: gli asintomatici e sintomatici ma senza necessità di ricovero (oggi grazie all’indagine sierologica sappiamo che se era 500 il numero che ci comunicava la protezione civile, possiamo stimare che il numero di asintomatici/sintomatici lievi era 3000[6], forse poteva raggiungere i 5000). Oggi (Agosto) invece noi siamo alla ricerca di ogni singolo contagiato, quindi stiamo guardando lo strato di torta più grande: gli asintomatici e sintomatici lievi. Questo però significa che quando e se l’Italia toccherà il numero di 3000–5000 contagiati avremo di nuovo 500 persone in ospedale (a meno che le mascherine e il distanziamento non funzionino veramente bene come descritto prima).

Ebbene, è dimostrato[7] (semaforo giallo) che i pazienti gravi hanno una carica virale più alta rispetto ai pazienti che sono meno gravi (vedi figura), questo vuol dire che non è che la carica virale dei pazienti che è diminuita, ma noi vediamo meno virus perché ora guardiamo i pazienti meno gravi.

Ma man mano che le persone si infetteranno, aumenteranno le persone in terapia intensiva ed ecco che vedremo apparire anche una “maggiore carica virale”.

Quindi per quanto ne sappiamo ora, la risposta alla domanda “COVID-19 è meno pericoloso che a inizio epidemia?” è: No, non è meno pericoloso. Se siamo fortunati le mascherine funzionano meglio di quello che crediamo e i medici sanno curarlo un po’ meglio. Ma non è ancora finita. Se qualcuno ha dei dati solidi per dimostrare che non è così li mandi pure su riviste prestigiose, prima di fare annunci alla stampa.

L’avevo detto che era una risposta complicata. Spero sia chiaro cosa voglio dire.

Dott. Simone Gussoni

Il dott. Simone Gussoni è infermiere esperto in farmacovigilanza ed educazione sanitaria dal 2006. Autore del libro "Il Nursing Narrativo, nuovo approccio al paziente oncologico. Una testimonianza".

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