Molto spesso ci imbattiamo in affermazioni infelici da parte di alcuni dottori medici che in un periodo di perdita d’identità professionale cercano di bloccare la fase di evoluzione che investe il mondo infermieristico attraverso le competenze specialistiche.

È opportuno, quindi, riflettere sul fatto che si sta attraversando un periodo caratterizzato da una decadenza di valori e di moralità, che coinvolge gran parte della classe dirigente e sta mettendo in crisi pressoché tutte le istituzioni, una crisi evidente che è figlia della staticità della classe stessa, poco incline a rinnovarsi e oramai logorata dal potere.

Alcuni atteggiamenti di insofferenza, non tengono conto degli enormi progressi fatti dalla professione infermieristica che, nonostante gli ostacoli e le difficoltà, prosegue il suo percorso di crescita: la società nella quale viviamo, oggi più che mai, è alla continua ricerca di operatori altamente formati, in risposta ad una domanda di salute e di assistenza crescente e sempre più specialistica.

L’infermieristica non si è sottratta alle sfide della modernità ma, al contrario, vuole fornire il proprio contributo in maniera attiva e concreta, in modo da rendere la sanità italiana efficiente e al passo con i tempi.

Quando si parla di assistenza sanitaria, infatti, non ci si riferisce solo a quella medica (una parte indiscutibilmente importante), ma anche a quella infermieristica coadiuvata, quest’ultima, dal personale di supporto (O.S.S., ausiliari specializzati, ecc.).

Le istituzioni e le classi politiche, dovrebbero comprendere che grazie al contributo del personale infermieristico e al suo coinvolgimento nelle scelte organizzative rilevanti, si potrà avere una modernizzazione del sistema e sostituire il vecchio modello assistenziale “medicocentrico”, ormai obsoleto, con quello che considera come nucleo dell’assistenza esclusivamente il paziente.

L’assistenza infermieristica con le linee guida, i protocolli, le procedure, il suo continuo aggiornamento basato ormai sempre più sulle evidenze scientifiche, ha innescato nella professione una spirale di attività e crescita culturale, che sta coinvolgendo, appassionando e influenzando positivamente tanti colleghi (numerosi sono gli infermieri, giovani e non, che hanno ripreso gli studi per essere aggiornati e pronti alle nuove sfide).

Quello che sicuramente al momento manca, però, è un eguale adeguamento economico, troppo lontano da quello del medico e troppo vicino a quello del personale di supporto.

Le colpe di quella sanità che non soddisfa le aspettative dei cittadini e che non risponde ai loro bisogni non possono farsi ricadere sulle professioni sanitarie non mediche!

Crediamo, invece, che per attuare quell’avanzamento assistenziale che conduca ad una sanità diversa, sarebbe opportuno dare più voce agli infermieri. Nessun infermiere, quando svolge il proprio lavoro, pensa di fare il medico (anche perché sono già in numero superiore rispetto al fabbisogno nazionale).

Quello che si auspica, invece, è l’innovazione del sistema da attuarsi attraverso una continua e crescente collaborazione tra le due professioni, una coevoluzione dell’organizzazione del lavoro, condizione questa necessaria per generare un clima lavorativo positivo e, soprattutto, per migliorare il servizio reso al cittadino.

Bisogna quindi promuovere il superamento di questa fase conflittuale mettendo al centro il paziente con i suoi bisogni di salute, anche perché gli infermieri, come i medici, hanno scelto di lavorare dove le persone soffrono, sperano, gioiscono, nascono e purtroppo muoiono.

Quello che gli infermieri vogliono è l’accettazione e il riconoscimento che la professione è cambiata, si è evoluta. L’infermiere, insomma, è un professionista intellettuale, competente, autonomo e responsabile.

In futuro, il dottore-medico continuerà a svolgere il suo lavoro di MEDICO e il dottore-infermiere continuerà a svolgere l’attività di INFERMIERE. Quanto ai pazienti, speriamo che imparino presto la differenza tra dottore-infermiere e dottore-medico.

Allo stato attuale, qualunque cosa si dica o si pensi, l’infermiere, anche se dottore infermiere, esplica delle funzioni che ormai dovrebbero essere attribuite ad altro personale. Se è vero che una Laurea triennale dà ai laureati il titolo di dottore è altrettanto vero che nell’immaginario collettivo il dottore rimane il medico.

E’ indubbio che stiamo spianando la strada alle future generazioni. Il cambiamento è ormai iniziato e deve partire dalla consapevolezza della necessità di tale mutamento proprio dall’interno, cioè dalla stessa comunità di cui facciamo parte. E’ proprio qui, a nostro avviso, che si registrano paradossalmente le maggiori resistenze.

Concludendo, il mio pensiero è rivolto a quegli infermieri e a quei medici che, culturalmente aperti al cambiamento e alla coevoluzione del lavoro all’interno di equipe multiprofessionali, credono ancora, in virtù del ruolo unico e specifico richiesto dalle loro funzioni, nell’importanza di fare bene il proprio lavoro. A tutti coloro, insomma, che oltre ad essere competenti e capaci, svolgono la propria attività con vocazione, passione, impegno e voglia di prodigarsi.

Giuseppe Papagni