In una società dal decantato pensiero moderno, non è più consono “infamare” gli innumerevoli esempi di  violenza che ci circondano, con il termine di “pazzia”, cosiccome non vale il contrario.

I media preparano molto spesso una veste su misura ed enfatizzano gli eventi, con condimento di particolari inutili quasi a pilotare il pensiero comune su un argomento da cui tutti cerchiamo scampo come è il disturbo mentale.

Il recente crudele delitto di Noemi Durini di Specchia (LE), ci spinge unanimi all’avversione contro la figura del fidanzato considerato, per il momento, responsabile dell’efferato agito di violenza.

Le notizie man mano trapelate dalla stampa e da diverse indiscrezioni, lo descrivono aver avuto in passato e avere tutt’ora problemi di natura psichiatrica: tra le righe infatti, si sottolineano, e si mettono in risalto episodi di diversi T.S.O. e visite psichiatriche.

E’ stato un violento, è un violento, è disturbato, si deve curare. Quindi il solito bivio è “scusare” o “condannare”.

Di certo i legali e i periti ci andranno a nozze: il piatto è ben condito di sfumature utili ad alleviare la pena, a insinuare nell’opinione pubblica il dubbio, che è ormai frutto di una società violenta che si nutre di violenza, il cui risultato non può essere altro che un frutto “velenoso”.

Tutti poi ci scorderemo del fatto, fino ad un nuovo “colpo alla schiena” quando meno ce lo aspettiamo, e tutti lì a dire “Non è giusto” e “Purtroppo è così”.

La cosa vera è pensare che la violenza sia insita come istinto primordiale; che l’opportunismo egoistico di gelosia o il tentativo di conformare tutto e modellare l’altro in base ai propri voleri è sempre presente e mai ci abbandona. La società poi ci modella, ci indica degli esempi da seguire nel bene e nel male. Sta a noi districarci nel suo labirinto.

Ma comunque il labirinto per questo tipo di storia è già stato percorso da molti, che lungo i suoi angoli bui hanno già trovato cartelli indicativi e un bel filo dipanato che a me piace pensare di colore “verde”, cioè “già-ripulito”.

La strada è facile e veloce: si parte dal VIA, perizia ad hoc, condanna alleviata, Comunità Riabilitativa, diminuzione pericolosità Sociale, assegnazione servizi sociali, tirocinio di lavoro, acquisizione di abilità professionale, ARRIVO. Fino all’uscita dal labirinto di un altro “frutto velenoso” che prende vita.

Ma c’è qualcuno che pensa ad una violenza distaccata dalla pazzia?

E’ meglio forse avere come vicino di casa un “matto” che un “mostro”?

Un matto lo si perdona, lo si cura, lo si riabilita e lo si inserisce nel mondo. Un mostro no, potrebbe attenderci dietro l’angolo.

Tutto quello che esula da ciò che riusciamo a comprendere deve essere catalogato nel grande libro della follia. Come se l’uomo fosse o normale o folle. E non anche cattivo, malvagio.

Ci rifiutiamo di ammettere che la malvagità sia ben più diffusa della depressione o della psicosi.

E non lo facciamo solo perché essa, la cattiveria umana, alligna dentro ognuno in qualche misura.

Questo ci spaventa davvero. Perché la follia è sempre stata usata come il luogo ove rinchiudere ciò che non vogliamo comprendere e accettare: che anche l’uomo più orrendamente malvagio è umano.

Fino alla prossima “incomprensibile” folle tragedia”[1].

Inf. Legale Forense

Giovanni Trianni

[1] Crepet P., La tragedia Germanwings, Huffington Post, 2015.