Per gentile concessione del Prof. Mauro Di Fresco uno stralcio del nuovo libro in anteprima

IL MOBBING INFERMIERISTICO

Il mobbing non si deve necessariamente realizzare con il demansionamento e il demansionamento non sempre è un mezzo finalistico per mobbizzare.
Sbagliano coloro che assumono coesistente il mobbing e il demansionamento.
E’ vero però, come specificato in premessa, che nell’ambiente sanitario i due fenomeni sono, invece, fortemente correlati.
La resistenza al demansionamento viene soppressa con il mobbing perché il demansionamento è sentito dall’organizzazione aziendale come “fonte di sostentamento” e la sua minaccia come pericolo all’esistenza stessa dell’azienda.

In un sistema triangolare dove alcuni sindacati sono sostenuti dalle tessere di lavoratori che, anziché assistere i pazienti nelle corsie, sono stati sistemati negli uffici a svolgere attività per cui non solo non sono stati assunti, ma che gli permettono di fare carriera fino a ricoprire posizioni organizzative cioè stipendi elevati che dovrebbero percepire i laureati, e dove grazie alla complicità di una direzione generale che farebbe di tutto pur di non svegliare il sindacato che dorme, è facile comprendere che il demansionamento degli infermieri, che serve a sopperire la mancanza degli ausiliari (cioè dei lavoratori sistemati negli uffici) è visto come la soluzione compensativa del sistema triangolare.

In questo senso il demansionamento è il prezzo che gli infermieri pagano per mantenere il compromesso cioè la pace tra alcuni sindacati e la direzione generale.

Ecco perché il demansionamento è strutturale ed ecco perché il mobbing diretto a garantire la sopravvivenza del demansionamento deve a sua volta essere necessariamente strutturale.
Anzi non si può essere dei bravi infermieri se non si è capaci di fare tutto, zitti e buoni.
Paradossalmente un infermiere più sa fare l’ausiliario, più bravo è.
Più è portantino e più è un eccellente infermiere. Saper fare tutto, non lamentarsi mai, sapersi umiliare e saper servire il coordinatore e il medico, è oggi il parametro di valutazione della performance in molte realtà.

Uno studente infermiere, preparato, studioso, che si applica e che riceve elogi dai coordinatori attraverso la scheda di valutazione è una persona che sa fare bene l’ausiliario.

Non si tira indietro quando bisogna trasportare i materassi da una stanza ad un’altra, spinge il carrello delle colazioni senza fermarsi, consegna le banane ai pazienti con il sorriso sulle labbra, sa fare i letti, cambiare le lenzuola, flettersi davanti i medici e salutarli con rispetto, stare in silenzio, rispondere al campanello per riferire l’ora esatta al paziente, non proporre soluzioni di criticità che modifichino lo status quo, se non come conservare le fette biscottate senza farle sbriciolare.

Deve essere sempre disponibile quando c’è da sollevare le scatole (più sono pesanti più il sacrificio verrà apprezzato), preparare l’albero di Natale e il Presepe, sistemare i deflussori negli armadi o chiudere i sacchi dell’immondizia.
Questo non è mobbing; è la normalità.
Il mobbing è, per assurdo, proprio l’opposto.
Cioè si realizza quando l’infermiere si oppone al demansionamento; il mobbing viene attuato per contrastare la legalità. Si ripropone la storica battaglia tra le forze del bene e le forze del male.

Più un infermiere è demansionato, minore sarà il mobbing e migliore sarà la performance del servizio. L’ambiente sarà sereno, paradiasiaco. I medici saranno al settimo cielo perché ogni giorno vedranno con i loro occhi che gli unici dottori nel reparto sono loro e che l’infermiere è rimasto sempre quello che è sempre stato, in definitiva, uno sguattero.
L’università non è servita a nulla.
Anche il laureato di oggi fa esattamente quello che faceva il collega nel dopoguerra.
Forse i pannoloni non erano così assorbenti come oggi, ma la differenza è solo tecnologica.

Quando i medici hanno saputo che l’infermiere era diventato dottore, che si è aperta una nuova frontiera nella ricerca scientifica dell’infermieristica moderna e che l’IPASVI ha stipulato un patto con il cittadino, i poveri medici si sono agitati ed hanno trascorso una sola notte insonne.
Ma non sapevano che i loro timori sarebbero ben presto scomparsi.
La mattina sono andati come sempre in reparto e si sono rallegrati nuovamente vedendo l’infermiere tanto temuto, preparare il carrello delle cure igieniche.
Come faceva scorrere l’acqua fino ad intiepidirla versandola nella caraffa è stato qualcosa di sublime.
La giornata si è da subito prospettata bellissima e radiosa.
Poi lo vede sistemare i pannoloni tutti perfettamente in fila come una torre e le lenzuola bianche, una sopra l’altra, pronte a sostituire quelle sporche.
Che bello vedere l’infermiere laureato che schiaccia con professionalità le lenzuola sporche nel sacco, è per il medico qualcosa di irripetibile, fantastico, una goduria.
In realtà non c’è mai stato alcun pericolo, tutte chiacchiere per far decollare qualche carriera all’IPASVI e in ospedale, che gli infermieri si sono bevuti e si bevono ancora.
Grazie IPASVI, grazie Onorevole Silvestro, grazie Università, se non fosse per voi l’infermiere oggi sarebbe come i colleghi europei, un professionista di valore!