Il nuovo contratto collettivo pubblico degli infermieri inglesi: storia di un fallimento sindacale

Il cosiddetto pay deal è riuscito a scontentare tutti, attraverso una serie di promesse non mantenute.

Vi racconterò una storia. Quella di un contratto collettivo pubblico, con aumenti bloccati da sette anni. Di infermieri alle prese con uno stipendio che ha perso valore, in termini reali, nella misura del 14%. Di un Governo che propone una bozza di rinnovo del contratto, offrendo incrementi basati su tabelle estremamente complesse ed articolate, con aumenti differenziati, a seconda delle fasce contrattuali.

Di sindacati che esultano trionfanti, per quello che descrivono come il “miglior accordo possibile”, invitando i propri iscritti ad approvare la proposta, nella consultazione pubblica che si sarebbe tenuta nei mesi seguenti. Sempre degli stessi sindacati, che inviano lettere ai propri iscritti, dichiarando apertamente che, in caso di rifiuto, si sarebbe tornati al blocco degli aumenti, perché i negoziati con il Governo erano già chiusi.

Di pochi osservatori che fanno notare come i conti non tornino e che gli incrementi siano inferiori a quelli dichiarati. Di una categoria infermieristica che diserta il voto, lasciando a una minoranza il compito di approvare la proposta, salvo poi scatenare la sua ira con l’arrivo della prima busta paga contenente gli aumenti. Perché gli aumenti non sono effettivamente quelli dichiarati, ma di gran lunga inferiori: i calcoli erano davvero sbagliati.

Di segretari sindacali che inviano nuove lettere, stavolta di scuse, ai propri iscritti d accettano di indire una riunione generale straordinaria, fronteggiando l’ipotesi di una mozione di sfiducia. Descritta in questi toni, sembrerebbe una storia avvenuta in Italia: tutti conosciamo, del resto, le mille polemiche, ancora non sopite, intorno a quell’autentico pasticcio che è il nuovo Contratto collettivo nazionale del comparto sanità.

La vera e propria farsa che vi ho raccontato si sta invece consumando, in quello che sembra non essere l’epilogo, in Inghilterra, dove gli infermieri hanno ricevuto, a fine luglio, gli aumenti salariali previsti nella proposta di pay deal, ovvero di rinnovo del contratto collettivo pubblico. La bozza era stata presentata a marzo dall’allora ministro della Salute, Jeremy Hunt (passato ora al dicastero degli Esteri, a seguito di un recente rimpasto di Governo) e approvata dagli iscritti alle unioni sindacali a giugno.

Il pay deal è risultato essere un pastrocchio in cui tutti ci hanno rimesso. Ci ha rimesso il Governo Tory, già pesantemente attaccato per i continui tagli a una sanità pubblica in grande sofferenza, che non ha smentito la sua sinistra fama di doppiogiochista, abile a promettere con una mano e a togliere con l’altra.

Ci hanno rimesso i sindacati, in particolar modo l’RCN (Royal College of Nursing), il più rappresentativo della categoria, con i suoi 400mila iscritti, che si sono visti recapitare una frettolosa ma già tardiva lettera di scuse dalla segretaria generale, Janet Davies, per aver interpretato scorrettamente i dati numerici della proposta governativa.

Ci hanno rimesso infine gli infermieri, che dopo sette anni di pay cap, ovvero di tetto dell’1% annuo agli aumenti stipendiali, hanno ampiamente trascurato il voto sull’approvazione o sul rigetto del deal (il 70% degli iscritti dei 14 sindacati inglesi non ha espresso la sua preferenza), oppure lo hanno accettato passivamente, basandosi sull’antico adagio “meglio di niente” (better than nothing, è proprio così che mi hanno detto in molti). Salvo poi rendersi conto, però, che in busta paga era finita solo metà del 3% secco di aumento sbandierato dai sindacati, e in molti casi neppure quello.

Di qui, le proteste vibranti sui social media, in cui si è arrivati addirittura a chiedere pateticamente una seconda votazione e si è preteso, nel caso degli iscritti RCN, la testa dei propri dirigenti sindacali, in una riunione straordinaria già indetta per settembre.

Quanto accaduto solleva enormi interrogativi e perplessità sulla crisi di una categoria infermieristica che ricalca molto da vicino quella di tutta la sanità pubblica inglese, il famoso NHS. Da diversi anni, infatti, i nurse inglesi fuggono a migliaia da un lavoro che non considerano più gratificante, né economicamente né professionalmente.

Al tempo stesso, tuttavia, paiono intorpiditi e incapaci di reagire di fronte a mosse politiche chiaramente mirate a ridurre gli investimenti nel sistema sanitario, che taglia posti letto, priva gli studenti di borse di studio universitarie ma spende ingenti somme sul reclutamento di infermieri stranieri, soprattutto extracomunitari, e sulla formazione di figure di supporto, come i nursing associates.

A voler essere obiettivi, per quanto caotico, il pay deal ha comunque previsto aumenti assai superiori a quelli contenuti nel nuovo contratto collettivo pubblico italiano e nuovi investimenti, soprattutto nel reperimento di nuove risorse organiche e nella digitalizzazione dei processi organizzativi, sono stati appena promessi dal successore di Hunt al Department of Health, Matt Hancock. Il cielo non è tutto uggioso sopra Londra, ma il Governo inglese continuerà ancora nel gioco delle tre carte, promettendo e non mantenendo?

Luigi D’Onofrio

 

Redazione Nurse Times

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