Infermieri “come soldati al fronte sprovvisti delle armi necessarie”

La testimonianza di Marco, appena guarito dal Covid-19 Sono un infermiere calabrese trasferitomi a Genova per lavoro e appena guarito dal Covid. Ogni giorno, alle…

La testimonianza di Marco, appena guarito dal Covid-19

Sono un infermiere calabrese trasferitomi a Genova per lavoro e appena guarito dal Covid.

Ogni giorno, alle 18 in punto, siamo ormai abituati a vedere quest’immagine.

L’aspettiamo con ansia sperando che il numero dei deceduti sia diminuito e quello dei guariti sia in forte crescita rispetto al giorno precedente. Oggi però la guardo con occhi diversi, con occhi lucidi, perché so che tra quei 2723 guariti ci sono anche io. Ebbene sì, dopo ben 40 giorni di isolamento e 6 tamponi, CE L’HO FATTA.

I lunghi e interminabili giorni di isolamento sono terminati e finalmente potrò tornare in corsia, in quel luogo che tanto manca e dove ogni singolo sorriso regala grandi emozioni.

Un giorno, all’improvviso, quell’essere silenzioso ha deciso di entrare nella mia vita, proprio in quel momento in cui pensi: “Figurati se, fra tutti, sceglie me!”. Invece l’ha fatto, mettendo da parte ogni mia forza e fregandosene di ogni mia difesa immunitaria.

Aspetti con ansia l’esito del primo tampone eseguito a domicilio fin quando ricevi la chiamata: “Il suo tampone è risultato positivo!”. Ci si trova d’un tratto rinchiusi in casa, senza sapere quando arriverà il giorno della libertà, in isolamento, lontano da tutto e tutti, le giornate infinite, la paura di non farcela, chiedendo ogni sera a Dio di farti riaprire gli occhi l’indomani mattina.

Fai un sospiro di sollievo ogni volta che quel maledetto saturimetro rileva ancora valori normali, quando la temperatura corporea scende senza alcun antipiretico, quando riesci a parlare qualche minuto in più al telefono e quando finalmente riesci ad assaporare ciò che mangi capisci che, forse, sei ad un passo dalla guarigione. Questa volta ha perso lui.

Da un giorno all’altro, insieme a tutti i miei colleghi, ci siamo trovati ad affrontare inconsapevolmente un nemico del tutto invisibile, quasi sprovvisti dei DPI adeguati, in un reparto trasformato, completamente nuovo; siamo stati travolti da qualcosa di più grande di noi, ci siamo trovati come soldati al fronte sprovvisti delle armi necessarie.
Qualcuno ci sta definendo “eroi”, qualcun altro “martiri”, in realtà siamo semplicemente dei professionisti sanitari che pretendiamo di essere tutelati in ogni circostanza.

Rischiamo la vita ogni giorno, non solo adesso. Ogni giorno siamo a contatto con diverse patologie infettive, batteri, virus, aghi infetti e liquidi biologici. Siamo gli operatori più esposti ai focolai di contagio. Noi non possiamo permetterci di lavorare in Smart Working, non ce ne facciamo nulla dei €100 di premio ma che almeno ci venga dato ciò di cui abbiamo veramente bisogno. Perché solo adesso siamo considerati i salvatori della patria? Abbiamo scelto un lavoro che ci porta a condividere battaglie tra la vita e la morte, dolori fisici e morali, RCP inefficaci ma anche storie di guarigioni, dimissioni e sorrisi che non dimenticheremo mai. Ed è questa la parte più bella dell’essere Infermiere.

Ancora oggi sono tante le persone che sottovalutano il fenomeno: gente in giro senza mascherine, assalti ai supermercati, giovani che pensano di essere immuni dal virus. Questo è quello che osservo quotidianamente dalla mia finestra. Tutto ciò fa pensare se ne vale davvero la pena recarsi a lavoro e continuare a rischiare ogni minuto che trascorri lì dentro. Poi, però, basta volgere lo sguardo in quelle stanze di degenza, vuote di ogni affetto familiare e colme di sofferenza e di silenzio, per dire: “Si, ne vale la pena.”

Il nostro obiettivo deve essere quello di sconfiggere il virus e non abituarsi a conviverci.

È bello pensare a quanti, come me, ne sono usciti fuori vittoriosi ma, allo stesso tempo, fa male pensare che tantissime sono state le persone colpite e in cui la morte ha preso il sopravvento.
Forse, dopo tutto questo, avremo capito la nostra impotenza nei suoi confronti. Forse nessuno sarà più lo stesso di prima; una cosa è certa: saremo tutti più bravi nel fare pane e dolci.

Spero non vi dimentichiate di noi quando tutto questo sarà finito. Noi continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto.

In attesa che tutto questo finisca:

#iotornoincorsia
#voicontinuatearestareacasa

Marco Mollo, Infermiere reparto Covid Genova

Redazione Nurse Times

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