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Infermieri e scioperi: rivendicazioni di diritti in tutto il pianeta

In attesa dello sciopero nazionale indetto per giorno 15 ottobre; voglio ripercorrere e fare una carrellata dei principali scioperi dei colleghi infermieri di tutto il…

In attesa dello sciopero nazionale indetto per giorno 15 ottobre; voglio ripercorrere e fare una carrellata dei principali scioperi dei colleghi infermieri di tutto il mondo: condizioni lavorative inadeguate; scarsa considerazione e paga inadeguata sembrano valori – purtroppo – comuni e diffusi non solo in territorio nostrano.


Da una parte all’altra del pianeta, i colleghi di tutto il mondo, di anno in anno; sono scesi in piazza per rivendicare i propri diritti e per pretedere ciò che meritano, a fronte di carichi di lavoro spesso sfiancanti, condizioni inadeguate; paga non proporzionata alle responsabilità e – soprattutto recentemente – scarse tutele contro i rischi “del mestiere” (basti pensare a tutti i colleghi che hanno contratto SARS-CoV-2).


I colleghi irlandesi, nei giorni 30 gennaio, 5 e 7 febbraio 2019; hanno protestato a causa della cronica mancanza di personale e gli stipendi troppo bassi: queste motivazioni hanno spinto anche il 74% della popolazione ad appoggiare la causa; anche grazie alla spinta incisiva del sindacato di INMO (Irish Nurses and Midwifes Organisation).


Questi scioperi hanno sortito il loro effetto, tanto è vero che il governo irlandese ha tempestivamente istituito un tavolo di trattativa sulla questione delle assunzioni e dei compensi.


Ad oggi, gli infermieri irlandensi prescrivono farmaci, hanno accesso a numerose possibilità e progressioni di carriera con adeguati compensi.
A proposito di scioperi dovuti a condizioni lavorative che determinano alto rischio infettivo; ricordiamo lo sciopero portato avanti dai colleghi statunitensi nel 2014, dopo l’emergenza Ebola a Dallas e New York.


Circa 18 mila colleghi americani hanno partecipato alla protesta organizzata dal National Nurses United (Nnu), il più grande sindacato di categoria oltreoceano. Rose Ann DeMoro, direttore esecutivo de Nnu, parlava così: “Gli infermieri sono sempre dalla parte dei pazienti e in prima linea sia che si tratti di influenza o di Ebola.

Ma devono essere messi nelle condizioni di lavorare senza correre rischi per la loro vita, quindi nel caso di Ebola servono i dispositivi di protezione individuale”.

Vi ricorda qualcosa? Queste dichiarazioni continuano ad essere attuali, con l’emergenza Coronavirus.


E ancora in Francia, nel 2019, medici, infermieri, amministrativi ed anche studenti, a Parigi; hanno manifestato lanciando un grido di allarme, dichiarando lo “stato di emergenza dell’ospedale pubblico”.

268 ospedali aderenti e in stato di agitazione per settimane e tutti i sindacati di categoria uniti nella stessa lotta. Due le principali richieste: aumento di 300 euro per tutti e fine del taglio dei letti. Le istituzioni hanno prontamente risposto, promettendo migliori condizioni lavorative.


Anche nel continente africano, in Zimbabwe, gli infermieri proclamano sciopero ad oltranza: le motivazioni sono la paga inadeguata e le pessime condizioni di lavoro. A causa del regime totaliario di Mugabe, il sistema sanitario nazionale è al collasso: gli ospedali, spesso, non hanno a disposizione neanche i farmaci essenziali, apparecchiature di prima necessità e tutti gli strumenti necessari per lavorare in modo adeguato. Gli stipendi del personale sanitario non sono garantiti ogni mese, in quanto le casse governative non dispongono del denaro sufficienza.


Già in altre occasioni i giovani medici si sono astenuti dal lavoro per oltre un mese; e la protesta degli infermieri rappresenta la più grande azione di massa degli ultimi tempi.


Alla luce di questo breve excursus, la domanda che faccio è solo una: perché gli infermieri italiani non dovrebbero protestare?
Il retaggio culturale che ci vede come una professione, anzi, un mestiere, legato fortemente all’ausiliarietà ed al senso di sacrificio (cui segue, quindi, una retribuzione volutamente bassa) è ancora molto forte nel nostro Paese: la convinzione comune, anche di molti colleghi, che la nostra sia una “missione” nel senso divino del termine; continua a tenerci ancorati, idealmente e non, ad una professione che non è al passo coi tempi, con le responsabilità, coi profondi cambiamenti normativi.
Riteniamo che i tempi siano maturi, soprattutto dopo non essere mai venuti meno al nostro dovere, anche in condizioni disastrose, durante l’emergenza COVID.

Martina Crocilla, fondatore di Infermieri In Cambiamento.

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