La dottoressa, past president della Federazione italiana medicina di emergenza-urgenza e della catastrofi, considera “sterile e anacronistica” la polemica innescata dal sindacato medico.

Ultimo appuntamento del nostro ciclo di interviste dedicato a infermieri e triage, connubio messo in dubbio dal sindacato medico CoAS attraverso un controverso comunicato. Stavolta tocca a Giovanna Esposito, presidente Fimeuc (Federazione italiana medicina di emergenza-urgenza e della catastrofi) per il biennio 2016-2018, dirigente medico del reparto di Medicina e chirurgia d’accettazione al Policlinico “Umberto I” di Nocera Inferiore (Asl Salerno), nonché componente del gruppo di lavoro ministeriale che ha aggiornato le Linee guida su triage e Obi. «Premesso che il CoAS, a quanto mi risulta, non è un sindacato particolarmente rappresentativo della categoria, mi preme ricordare una cosa: il triage è infermieristico per legge sin dagli anni Novanta, con tanto di decreto del presidente della Repubblica che lo riconosce come tale. Tornare nel 2019 su un concetto ormai pacifico da così tanto tempo mi sembra quindi anacronistico e non in linea con i progressi della scienza. Siamo davanti a una polemica sterile, frutto di un atteggiamento retrogrado che non fa bene a nessuno». Non le manda a dire, la dottoressa Esposito. E aggiunge: «L’infermiere è una risorsa importante sia nella fase pre-ospedaliera dell’accettazione sia in quella successiva della cura decisa dal medico. In tutti i reparti, pronto soccorso compreso, non basta una sola figura professionale per accompagnare il paziente nel proprio percorso. Il nostro è un lavoro di equipe e l’infermiere ha il merito di aiutare il medico a gestire le diverse emergenze, permettendogli di concentrarsi sui casi più gravi. Possiede le competenze per farlo, perché ha alle spalle una formazione di alto livello. Così come possiede la padronanza dei parametri medici necessari per distribuire il flusso di utenti che accedono al pronto soccorso, che poi è la funzione specifica del triage». A tutti gli esperti da noi interpellati sul tema è parso strumentale il richiamo, contenuto nella nota del CoAS, a due recenti sentenze della Corte di Cassazione. Entrambe riguardano l’operato di infermieri triagisti, ma solo una ha sancito la responsabilità diretta nel decesso di un paziente, condannando l’imputato per il grave errore commesso nell’assegnazione del codice di priorità. La past president Fimeuc concorda: «Gli errori di valutazione sono fisiologici. Capita anche a noi medici di commetterne. Certo, andrebbero limitati, ma non è certo con l’esclusione degli infermieri dall’area triage che si risolve il problema». Insomma, la morale è sempre la stessa: bando alle guerre interprofessionali, che qualcuno continua invece ad alimentare. Una morale emersa pure in sede di rinnovamento delle Linee guida su triage e Obi. «Il gruppo di lavoro che le ha redatte –confermaEsposito– era composto da esponenti di ogni categoria sanitaria. Ebbene, gli esponenti della categoria infermieristica non hanno mai rivendicato maggiore autonomia. In fatto di triage, del resto, la loro autonomia risulta già ampia, come è giusto che sia. Mi limito a ricordare che gli infermieri lavorano su protocolli condivisi con il direttore del reparto. E ciò, naturalmente, vale anche per il pronto soccorso. Ciascun di noi conosce il proprio ruolo specifico e tutti ci muoviamo in sinergia, collaborando al massimo, senza sovrapposizioni».
Proprio la collaborazione tra professionisti sanitari caratterizzerà i prossimi Stati generali dell’emergenza-urgenza (Firenze, 5-6 marzo 2020), di cui la dottoressa Esposito è tra i promotori: «Colgo l’occasione per anticipare che il 5 dicembre 2019, a partire dalle 11, avrà luogo a Roma, nella Sala Enpam, la presentazione dell’evento. Interverranno i membri di numerose società scientifiche (tra cui Fnopi, Aniarti, Gft, Irc e Siiet, ndr), in rappresentanza di tutti i professionisti del settore. L’obiettivo è lavorare insieme fino all’appuntamento di marzo, quando consegneremo ai decisori politici in materia di sanità un’accurata documentazione sulle delicate sfide dell’emergenza-urgenza». In definitiva, medici e infermieri non possono che camminare a braccetto: «Sì, perché il malato – ribadisce GiovannaEsposito – va accolto da più figure professionali, nessuna delle quali è più importante dell’altra». Con buona pace del CoAS. Redazione Nurse Times