Il presidente del Gruppo Formazione Triage ha commentato per noi la nota stampa diffusa nei giorni scorsi dal sindacato di medici dirigenti.

Daniele Mrchisio

«Trovo triste e preoccupante che, a 27 anni dal riconoscimento legislativo del triage in Italia, avvenuto col decreto 76/1992 e ribadito da varie norme successive, qualcuno metta ancora in dubbio la validità di questo istituto, contestando la presenza degli infermieri al suo interno. Ci sono 15 delibere di differenti Giunte regionali che riconoscono la figura dell’infermiere come quella più adatta a gestire l’emergenza all’arrivo in pronto soccorso. Senza dimenticare il riconoscimento a livello internazionale, avviato sin da 1968 in tutti i Paesi evoluti».

Così Daniele Marchisio, presidente del GFT (Gruppo Formazione Triage), ha commentato ieri mattina per noi il comunicato stampa con cui il sindacato di medici dirigenti CoAS è tornato all’attacco delle disposizioni che attribuiscono maggiori responsabilità agli infermieri in tema di triage, rivendicando la centralità del medico nel pronto soccorso. Un comunicato – non il primo di questo tenore – a suo dire «anacronistico», perché indifferente alla costante evoluzione della professione infermieristica, oltre che a una normativa ormai consolidata.

«Ciò che ancora sfugge a qualcuno – prosegue Marchisio – è in realtà un concetto molto semplice: noi infermieri non intendiamo affatto sostituirci ai medici. Anzi, sappiamo di non poter fare a meno del medico per una consulenza esperta, laddove necessaria. Al tempo stesso, però, siamo consapevoli di rappresentare un tassello importante per la sicurezza in ambito sanitario. Vorrei che fosse chiaro, una volta per tutte, che il triage non fa diagnosi differenziale, ma definisce il rischio evolutivo e pianifica le priorità di trattamento, garantendo il miglior impiego di risorse».

A conforto della propria posizione, il CoAS richiama genericamente le recenti “sentenze della Corte di Cassazione su due infermieri che hanno dato una valutazione errata sul codice da attribuire ai pazienti (che sono morti)”. E aggiunge: “Queste arrivate alla stampa sembrano proprio due morti evitabili senza l’errata valutazione iniziale”. In realtà, si tratta di sentenze non accomunabili. Solo una delle due, infatti, ha accertato responsabilità specifiche nell’errata assegnazione del codice di triage, condannando un’infermiera del Policlinico “Umberto I” di Roma. L’altra ha invece assolto un infermiere del DEA di Rieti, sollevandolo da ogni responsabilità per il decesso del paziente.

A tal proposito il presidente GFT tiene a precisare: «La nostra società scientifica fornisce gli strumenti per giudicare i professionisti sanitari in sede legale. A qualsiasi attore del pronto soccorso può capitare di rispondere del proprio operato. Non solo agli infermieri, dunque, ma anche ai medici. Ciò premesso, secondo me il riferimento giurisprudenziale del CoAS non solo risulta impreciso, ma si presta a strumentalizzazioni che nuocciono alle politiche interprofessionali e creano allarmismo, anziché rassicurare l’utenza».

Insomma, bando alle guerre tra professioni, sempre controproducenti: «Esatto. Il sostegno della componente medica è importante per noi: senza collaborazione tra le diverse figure professionali, pronto soccorso e triage funzionano male. Non dimentichiamo che un serio problema del nostro sistema è la carenza di risorse umane. E allora servono nuove risorse per sveltire i processi di pronto soccorso, spesso rallentati dal sovraffollamento. In tale ottica si inserisce l’infermiere triagista, fondamentale per evitare che gli altri operatori lavorino con l’acqua alla gola. Negli ultimi 27 anni la nostra società scientifica ha speso tante energie per formare validi professionisti del triage, e gli infermieri hanno ormai raggiunto un livello di competenza che non è il caso di mettere ancora in discussione».

Proprio su questo presupposto si basano le Linee guida per triage e Obi, che la Conferenza Stato-Regioni ha approvato il 1° agosto scorso. In quanto componente del gruppo ministeriale incaricato di redigerle, Marchisio è la persona più adatta a spiegarne la funzione: «Le indicazioni presenti nelle nuove Linee guida derivano da una seria riflessione sui professionisti dell’emergenza e servono a scongiurare pericolose fughe in avanti o improvvisazioni. In altri termini, il loro compito è quello di adeguare ai tempi attuali il funzionamento di una struttura a cui sono affidati nuovi bisogni di salute. Una struttura che ha il dovere di fornire il miglior livello di assistenza possibile, frutto della valorizzazione di tutte le competenze professionali».

Tornando al comunicato del sindacato Coas, il presidente GFT conclude con un’apertura al dialogo: «A nome della nostra società scientifica, sono disponibile al confronto con chiunque voglia discutere di triage infermieristico, purché si tratti di un confronto corretto, onesto e attento a non generare inutili allarmismi o sfiducia nel sistema. Perché – lo ribadisco – il nostro sistema deve ispirare fiducia, non diffidenza».

Redazione Nurse Times