Mi ha sempre incuriosita la parola adattamento. Per adattamento [1], secondo l’Enciclopedia Treccani, s’intende l’atto di riuscire ad agire in maniera conforme alla situazione contingente.

Si riesce a cogliere fino in fondo il significato di questo termine solo quando ci si trova effettivamente a vivere questa condizione.

Per noi del 118 questo termine è inteso come la capacità di far convergere esperienze, conoscenze e abilità nella valutazione del caso contingente, e soprattutto lavorando in equipe.

Significa adattarsi alla situazione che ti si presenta e cercare di sfruttare il più possibile ogni conoscenza, presidio ed energia per riuscire a raggiungere il risultato migliore.

Sembrano solo belle parole e riflessioni fatte in un momento di tranquillità e invece ne ho riscontrato la profonda verità questa notte.

È l’una e cinquanta di notte, torno ora con la mia équipe da un intervento ricco di emozioni contrastanti, ansia, paura, adrenalina, gioia e soprattutto soddisfazione.

Si, soddisfatti per essere riusciti realmente ad essere stati utili a qualcuno, per aver preso le giuste decisioni in un momento di difficoltà, dove l’insicurezza tende facilmente a sopraffarci, per aver compreso e messo in atto ogni risorsa possibile per fare al meglio il nostro lavoro, nonostante le critiche e le condizioni che spesso ci troviamo a dover fronteggiare, nonostante le difficoltà, i dubbi che ci assalgono quando ci troviamo a dover scegliere quale sia la scelta più giusta da prendere… nonostante queste sensazioni negative, c’è sempre l’altro lato della medaglia, che oggi ha il nome di Felisia.

Felisia è la bimba che ieri (30 gennaio u.s.) abbiamo fatto nascere in ambulanza mentre stavamo ospedalizzando sua madre incinta all’ottavo mese.

Felisia ha rappresentato ieri notte la prova delle nostre migliori capacità di adattamento e l’incarnazione di quel senso di soddisfazione e di appagamento che ci ha spinto e ci spinge ogni giorno a fare sempre più del nostro meglio, che ci spinge ad amare il nostro mestiere nonostante i “contro”.

Da qualche giorno ho iniziato a leggere un libro che sottolinea il vero senso di adattamento e di comportamento etico da adottare in situazioni estreme.

“I veri valori etici [2] possono nascere solo da una prassi di vita che si misura con i limiti, le passioni, le paure, le ritrosie, l’esasperazione del procedere alla ricerca di sé, nell’altro da sé.”

Gino Strada, autore del libro “Pappagalli verdi”, è un chirurgo di guerra e uno dei fondatori di Emergency; egli rappresenta il modello da seguire, simbolizza il senso di adattamento dal punto di vista più estremo, più vero e puro del termine. È un racconto che commuove perché è il racconto di un uomo che “sa quel che fa perché fa quello che deve”, che incarna i veri valori etici che nascono “…in quelle assenze di carne, di vita, di Luce…” come la guerra.

Penso che ogni dottore, infermiere, paramedico, ostetrica, soccorritore/autista debba “gridare”, come fa Gino Strada, quello che vive ogni giorno a lavoro, agendo sempre con rispetto e con professionalità verso l’unico obiettivo realmente importante, ovvero la salute e il bene del paziente; così da poter dissuadere la gente dal pensare che tutte le figure sanitarie agiscano avendo come fine ultimo il compenso economico, mostrando con i fatti quanto possa essere fallace e ridicola una simile affermazione.

A volte mi sembra di vivere gli interventi come sospesa in un “gioco” pericoloso dove ho puntata sulla mia testa la spada di Damocle delle responsabilità, dove ogni movimento rappresenta un rischio non indifferente non solo per il paziente in questione ma soprattutto per me e la mia salute.

Ogni giorno ci esponiamo a questo rischio e con coraggio cerchiamo di affrontare le difficoltà tenendo a bada l’istinto e la paura, riflettendo sul passo successivo da mettere in atto in una situazione paralizzante per tutti. Si riesce in questo “gioco” solo avendo accanto persone competenti e in grado di aiutarti non solo fisicamente ma soprattutto emotivamente. Questo, per me, significa realmente fare “gioco di squadra”.

Ringrazio la mia équipe, i medici, i soccorritori/gli autisti e i miei colleghi che ogni giorno con pazienza e diligenza mi accompagnano, sostengono e aiutano in questo “gioco”.

“…Arriva un momento in cui diventa più che un semplice gioco e puoi fare quel passo in avanti oppure voltarti e andare via. Potrei mollare ma c’è un problema… mi piace troppo l’arena [3]”.

Ma nonostante la tensione, lo stress, la paura di fallire non riesco a immaginare di smettere.

Nicoletta Lombardi


[1] Enciclopedia Treccani, http://www.treccani.it/

[2] Strada Gino, “Pappagalli Verdi”, Feltrinelli Editore, Milano, Gennaio 1999, pag. 7.

[3] Grey’s Anatomy, stagione 1, episodio 1.