Infermieri, le cure mancate e il senso di responsabilità: primi suggerimenti per diventare liberi

Il processo assistenziale si basa certamente sulla valutazione di priorità ma vi è mai capitato di dover posticipare qualcosa fino a demandarlo al turno successivo, nonostante, secondo la vostra valutazione, sarebbe stato meglio farlo prima?

Vi è mai capitato di terminare un turno particolarmente frenetico chiedendovi “ma avrò fatto tutto quanto dovevo?”

andando a ricontrollare le schede di terapia, i diari infermieristici, e altre annotazioni?

Il processo assistenziale si basa certamente sulla valutazione di priorità ma vi è mai capitato di dover posticipare qualcosa fino a demandarlo al turno successivo, nonostante, secondo la vostra valutazione, sarebbe stato meglio farlo prima?

Parliamo della nostra professione e parliamo di cure mancate (ma non solo, come si vedrà più avanti).

Con il termine “cure mancate” (missed nursing care) si intende qualsiasi aspetto dell’assistenza al paziente che è stato omesso (in parte o completamente) oppure rimandato [1].

Le missed nursing care sono considerate omissioni con conseguenze potenzialmente dannose per i pazienti (possono condurre ad eventi avversi, errori nella somministrazione della terapia, cadute, etc), per gli infermieri (minore soddisfazione professionale e maggiore volontà di lasciare il lavoro) e per le organizzazioni (aumento dei costi dovuti a un allungarsi della degenza o a un nuovo ricovero).

Alcuni fattori favoriscono l’insorgere di questo fenomeno, ad esempio un ambiente lavorativo stressante, la mancanza di collaborazione tra operatori e, soprattutto, la scarsità di personale in rapporto alle necessità assistenziali.

Uno studio del 2017 [2] ha voluto utilizzare un punto di vista innovativo mettendo in rapporto le missed care con il concetto di responsabilità proprio della professione infermieristica. Precedenti studi hanno infatti dimostrato come il senso di responsabilità del singolo sia collegato alla sua performance professionale [3].

Nello studio è stata indagata la percezione del singolo professionista circa il suo livello di responsabilità sia personale sia riferito all’unità operativa in cui si trova a lavorare; in sostanza, la percezione che ha della responsabilità a livello di équipe, la quale è influenzata da diversi fattori (cultura organizzativa, regole, comprensione di quanto ci si aspetta da ciascun lavoratore dal punto di vista comportamentale, etc).

E cosa è emerso dalla ricerca?

Innanzitutto, che livelli più elevati di percezione di responsabilità personale corrispondono a un numero inferiore di “missed nursing care”, cioè di omissioni concernenti l’assistenza infermieristica. Inoltre, questa relazione veniva rafforzata quando anche il livello di “ward accountability”, cioè responsabilità riferita all’intera unità operativa, era maggiore.

Qualcuno a questo punto potrebbe obiettare che lo studio ha dimostrato quanto il buon senso già sarebbe stato in grado di suggerire, e cioè che una persona responsabile lavora con maggiore accortezza e, dunque, ha inferiori probabilità di omettere qualcosa.

Ma non è così facile.

In Italia nel 2018 non è sufficiente essere un professionista scrupoloso e “responsabile” (che si percepisce come tale, che porta il peso della propria responsabilità) per riuscire a lavorare con meticolosità, e questo a causa di diversi fattori che ammorbano il nostro sistema sanitario:

  • la carenza di personale, la quale conduce a “nurse-to-patient-ratio” (rapporto infermiere-pazienti) ben lontani dall’ 1 a 6 che, come ormai tutti sappiamo, è quello raccomandato;
  • una cultura professionale lontana dall’evidence based nursing, lontana cioè dal porre le prove di efficacia quale fondamento del proprio pensiero critico e della propria prassi operativa;
  • disomogeneità tra colleghi, dovuta a differenze formative che si fanno sempre più pesanti e portano a frammentazione, scontro tra identità appartenenti a epoche professionali molto diverse tra loro;
  • Arretratezza nel panorama universitario: gli studenti tirocinanti lamentano situazioni in cui poco si presta attenzione alla qualità di quanto trasmesso e soprattutto alle capacità e alla motivazione di chi è chiamato a ricoprire il ruolo di tutor, assistente di tirocinio, docente, etc. I programmi sono spesso obsoleti, disorganici oppure inutilmente ridondanti.

Ne risulta un processo di professionalizzazione zoppo, fautore di professionisti claudicanti, incapaci di sviluppare realmente la propria autonomia – ben riconosciuta però dalle leggi sulla responsabilità professionale, vedi la l 24/2017, la quale ci richiede conoscenza approfondita delle linee guida e serio aggiornamento continuo.

Certo, qualcuno digiuno di tribunali potrà scioccamente sperare che essa venga disattesa, così come non applicato è il nostro profilo professionale, ormai non più bimbo ma adulto incompiuto (essendo del 1994): esso descrive un infermiere pianificatore, un infermiere responsabile degli outcome di salute dei propri assistiti, non un mero esecutore umilmente sottoposto ai capricci aziendali che impediscono l’assunzione di personale di supporto, costringendolo a demansionarsi in nome del benessere dell’umanità.

A qualcuno infastidiscono i giovani laureati che (addirittura!) pretendono di poter usufruire del titolo loro legittimamente riconosciuto, quello di “dottore”; a tali vetusti colleghi bisogna parlare con ferma pacatezza, invitandoli a ravvedersi, ad abbracciare un’evoluzione che porta beneficio anche a loro, certo richiedendo di rimettersi in gioco, aggiornarsi, uscire dalla comoda “comfort zone” mansionariale nella quale si sentono bene.

Uscire e fare gruppo. Basta lotte inutili e intestine, schieramenti tra vecchio e nuovo, giovane e anacronistico. Nessuno si accontenti dello stato attuale delle cose; gli anziani riscoprano l’orgoglio professionale o, se non lo hanno mai avuto, provino a costruirsene uno – non è mai troppo tardi. In alternativa c’è la pensione oppure il rispettoso silenzio verso chi cerca di apportare miglioramenti, anche creando dibattito, informandosi e formandosi, cercando occasioni di confronto.

Per tutti, però, urge innanzitutto approntare corsi di formazione che possano ridurre il divario tra generazioni e compattare i professionisti aiutandoli a far convergere visioni tanto differenti del loro operato; bisogna recuperare, spiegandole, le basi normative e disciplinari della professione, primo passo verso la condivisione di una più definita identità professionale. Questa formazione deve essere un momento di seria partecipazione e non un convito obbligatorio di raccolta punti; a tal fine si valuti la motivazione dei formatori  – oltre al loro curriculum.

Per concludere: siamo partiti dalle cure mancate e da come un professionista più responsabile incorra in un numero minore di omissioni. Ora vogliamo concludere invitando a rifletter su come queste istanze di modernizzazione non siano assolutamente rivendicazioni fine a sé stesse bensì emanazioni di quella passione per la cura delle persone che ci ha portati a scegliere di diventare infermieri.

Qualcuno diceva che “libertà è partecipazione” e allora diventiamo liberi, partecipiamo, usciamo da logiche elitarie, lavoriamo per il bene di tutti, in primis quello dei cittadini che hanno diritto di veder salvaguardata la loro salute.

 

Daniela Pasqua

 

[1] Kalisch, Beatrice J., Gay L. Landstrom, and Ada Sue Hinshaw. “Missed nursing care: a concept analysis.” Journal of advanced nursing 65.7 (2009): 1509-1517.

[2] Srulovici, Drach-Zahavy, Nurses’ personal and ward accountability and missed nursing care: A cross sectional study, International Journal of Nursing Studies 75 (2017) 163–171

[3] Hochwarter, Wayne A., et al. “Political skill as neutralizer of felt accountability—job tension effects on job performance ratings: A longitudinal investigation.” Organizational Behavior and Human Decision Processes 102.2 (2007): 226-239.

 

Redazione Nurse Times

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