Gli Infermieri Militari italiani sono impegnati da tempo nelle missioni di pace all’estero

Tutti i giorni sono chiamati, assieme ai Medici Militari, ad intervenire in situazioni di varia valenza assistenziale. Dalle ferite per scontri a fuoco a semplici distorsioni, da scottature da sole ad attacchi di ipovolemia, da emostasi per ferite accidentali a lesioni profonde dovute a mine o esplosioni.

Gli Infermieri dell’esercito italiano sono eroi silenziosi, spesso sottomessi, non riconosciuti, non premiati per ciò che fanno. Lo fanno comunque, lo fanno perché credono nella loro missione e si mettono quotidianamente al servizio di chi soffre.

Abbiamo ascoltato Andrea (nome fittizio), 33 anni, sposato, padre di due figli. Lui proviene dal Sud, dal profondo Sud del Meridione d’Italia.

Ha lasciato la sua terra a 18 anni per arruolarsi nell’Esercito Italiano. Qui ha fatto carriera nel campo Infermieristico studiando presso l’Università “Tor Vergata” di Roma e specializzandosi in varie scuole di formazione militare.

Lo hanno istruito bene, è in grado, infatti, di eseguire piccoli interventi chirurgici e suture in emergenza, di praticare emostasi e di medicare le lesioni più disparate.

A volte è costretto anche a sostituire i Medici Militari, soprattutto per la parte burocratica dell’attività. Ma non diciamo nulla di nuovo, accade tutti i giorni anche negli ospedali civili italiani, dal Nord al Sud, passando per il Centro e per le Isole.

Andrea, che ha contattato l’Associazione Infermieristica Nazionale AssoCare.it e il quotidiano sanitario NurseTimes.org, è un fiume in piena.

“Non posso dirvi dove mi trovo in questo momento e a quanti uomini e donne devo prestare assistenza – ci spiega – ma posso certamente riferirvi che sono tanti, più di quanto immaginate. Qui la guerra si respira tutti i giorni. Per fortuna noi Italiani non siamo chiamati ad attaccare o a fare guerriglia. Quindi siamo spesso lontano dalle zone più calde”.

I Militari e gli Infermieri Militari Italiani di tutte le forze armate sono impegnati su vari fronti: Afghanistan, Iraq, Kosovo, Bosnia, Albania, Ciad, Gibuti ed altre aree del mondo.

Come mai hai scelto questo lavoro?

“Quando nasci nel profondo Meridione italiano, in un piccolo comune di poche migliaia di abitanti, l’unica soluzione per sopravvivere è andar via.

Mi è stato proposto da un politico locale di entrare nell’Esercito e ho presentato la domanda subito dopo le superiori. Sono stato preso immediatamente.

Ero perfettamente in forma e avevo tantissima voglia di aiutare il prossimo. La divisa militare faceva per me. Una volta ottenuto il ruolo mi è stato proposto dal mio Maggiore di entrare a far parte della squadra degli Infermieri.

Non sapeva ancora che quella proposta mi avrebbe cambiato la vita e soprattutto non pensavo di affrontare così tranquillamente gli studi universitari. Quando sei militare e vai all’Università ti senti Dio sulla terra.

L’Infermieristica è una scienza stupenda e aiutare chi sta male fa parte, come dicevo, del mio essere quotidiano. Il connubio, poi, tra Infermieristica civile e quella militare ha fatto il resto. Noi abbiamo molte competenze in più e anche se spesso non ci vengono riconosciuti ruoli sociali ed economici, siamo fieri di quello che facciamo e della nostra preparazione”.

Non ti manca la famiglia?

“Tantissimo, quando ho lasciato i miei figli a casa mi è sembrato di morire. Ho avuto la sensazione di dover partire per una guerra lunghissima.

In realtà si tratta di una missione di pace di 8 mesi, durante la quale il mio ruolo è comunque marginale rispetto ai fronti aperti.

Quasi sempre sono gli Americani a fronteggiare la guerra vera e propria. So che saranno gli 8 mesi più lunghi della mia vita.

Per fortuna che oggi c’è internet e che possiamo rimanere sempre in contatto con mogli e figli attraverso WhatsApp, Messenger, Oovoo o Skype.

Qualche anno fa in un’altra missione è stata tragica, potevamo chiamare per 15 minuti alla settimana e solo in determinati momenti predefiniti dal Comando.

Se a casa trovavi qualcuno bene, altrimenti ci si risentiva la settimana successiva. Non vi dico che tristezza un giorno quando non sono riuscito a parlare con mia nonna, deceduta qualche giorno dopo”.

Come è organizzata l’Infermeria in un luogo di missione?

“Sono Infermerie classiche. Solitamente ci sono due Medici e tre Infermieri Militari, ma molto dipende dal numero potenziale di persone da assistere.

Abbiamo una sala operatoria sempre aperta 24 ore su 24; una farmacia fornita di tutto; medicazioni avanzate non reperibili in ambito civile; cateteri venosi e vescicali di tutti i tipi; disinfettanti; kit per accessi venosi periferici o centrali, per la sutura e il tamponamento in emergenza-urgenza; kit per il trasporto dei traumatizzati e dei poli-traumatizzati; postazioni per il ricovero in urgenza; monitor di ogni tipo e via discorrendo.”

Avete una vostra ambulanza?

“Ovvio che si. Si tratta di un mezzo blindato capace di resistere agli attacchi. Spesso siamo sottoposti a tiri di mortaio e ci dobbiamo difendere. La regola è prima la sicurezza ambientale, poi quella del paziente/operatore e poi l’assistenza. Sul mezzo abbiamo tutto il necessario per interventi in emergenza-urgenza e un autista bene preparato ad affrontare ogni tipo di tragitto”.

Date assistenza anche ai civili?

“Non mi è mai capitato, ma ad altri colleghi si. Quando l’assistenza civile non ce la fa veniamo allertati anche noi militari e interveniamo nei casi di maggior pericolo o là dove per esempio ci sono stati scontri a fuoco, guerriglie ed esplosioni”.

Finisce qui la chiacchierata con Andrea, trentenne che ha deciso di non lamentarsi e di fare l’Infermiere in situazioni veramente particolari. Che sia da monito a chi, nel civile, continua a lamentarsi per un nonnulla!

Grazie Andrea, alla prossima!

Andrea Delle Foglie