‘Complessità’ è un termine ricorrente, ‘di moda’ e ambiguo perché ricco di significati interdisciplinari, a volte impropriamente usato sia in campo scientifico, che nel linguaggio colloquiale, giornalistico e di costume.

Interi centri di ricerca, oltre che libri e articoli scientifici (si vedano, ad esempio, le voci legate a complexity in www.scholarpedia.org) sono dedicati a questo tema (il più famoso è il Santa Fe Institute for complexity research, New Mexico, USA, www.santafe.edu).

Letteralmente, si contrappone al concetto di semplicità.

Scientificamente, sono state proposte varie misure di complessità, legate o alla formulazione del problema (dimensione della specifica) o agli aspetti computazionali (tempo e memoria necessari per il calcolo) o alla teoria dei sistemi dinamici non lineari.

Sono semplici i problemi (o le entità) caratterizzati da estrema regolarità o casualità, perché c’è poco o nulla da descrivere. Esempio: le immagini uniformi o casuali.

Sono complessi i problemi (o le entità) caratterizzati da strutture regolari “lunghe” da descrivere. Esempio: le immagini frattali.

L’uso del termine ‘complessità’ è, per queste ragioni, ancora instabile. Nella letteratura divulgativa se ne rinvengono anche utilizzi spurii che si allontanano dal contesto scientifico per avventurarsi in ambiti colloquiali (tipicamente facendo astrazione dal concetto, cruciale, di non-linearità): ecco che, ad esempio, si parla a volte di complessità come sinonimo di sistemistica tout-court, oppure di cibernetica, o ancora di mera interdisciplinarità, o anche di un non meglio precisato “pensiero complesso”.

Esiste poi una teoria della complessità computazionale, che è un filone scientifico più stabile e meglio definito, evolutosi separatamente da quello afferente al concetto di sistema non-lineare, ma alla fine sottilmente collegato a questo.

Un problema è lineare se lo si può scomporre in un insieme di sotto-problemi indipendenti tra loro.

Quando, invece, i vari componenti/aspetti di un problema interagiscono gli uni con gli altri così da renderne impossibile la separazione per risolvere il problema passo-passo e “a blocchi”, allora si parla di non-linearità.

Non linearità, si immagini di condurre uno studio di una popolazione di animali per modellare con un’equazione l’andamento nel tempo della popolazione in funzione della disponibilità di cibo.

Se esistono predatori per quel tipo di animale, il modello lineare si rivela semplicistico e inadeguato: infatti, la popolazione degli animali predati diventa anche una funzione della popolazione dei predatori; ma, a sua volta, l’espansione o la contrazione della popolazione dei predatori dipenderà anche dalla presenza di prede.

Il sistema prede – predatori – cibo, dunque, è intrinsecamente non lineare perché nessuno dei suoi componenti può essere studiato separatamente dagli altri.

L’instabilità del termine complessità fa sì che si parli di “teoria” della complessità in molteplici domini anche disgiunti, per cui “una” teoria della complessità in effetti non esiste.
Un altro modo per affermare la stessa cosa è usare la definizione sistemistica, secondo la quale è lineare un sistema che risponde in modo direttamente proporzionale alle sollecitazioni ricevute. Si dice allora che per quel sistema vale il principio di sovrapposizione degli effetti.

La complessità assistenziale in ambito infermieristico è un modello sviluppato tra il 2001 e il 2002 da alcuni dirigenti del panorama infermieristico: Silvestro, Maricchio, Montanaro, Molinar Min, Rossetto. La teoria in oggetto viene illustrata in maniera esaustiva nel libro “La complessità assistenziale: concettualizzazione, modello di analisi e metodologia applicativa”, al fine di dare risposte alla carenza di personale infermieristico.

A dire degli stessi autori, fino a quel momento le risposte alla carenza di personale erano state le più disparate, nessuno aveva però teorizzato una precisa politica incentrata sull’aumento del personale attraverso una campagna di assunzioni ben mirata e ad un utilizzo concreto e ben organizzato delle risorse umane.

Quindi tale modello veniva sviluppato sia per far fronte a questa problematica, sia per cercare di “alleggerire” il carico di lavoro degli infermieri. La stessa prevedeva l’inserimento nell’equipe infermieristica dell’operatore di supporto (o.s.s.), a dire degli autori questa figura di “recente istituzione”, ma per meglio dire, di “recente evoluzione”, in quanto la figura dell’O.s.s. veniva istituita in seguito ad un’ evoluzione normativa, per racchiudere tutte le svariate figure di supporto che, con il tempo, hanno visto una loro naturale crescita e quindi, per cercare di unificare tutte le differenti figure dedicate all’assistenza di base, sotto un unico profilo professionale.

Inoltre, risultava necessario trovare un metodo per utilizzare queste risorse in maniera più efficiente ed efficace, poiché, dove erano presenti, negli anni passati erano state impiegate nell’area assistenziale poco e male.

Infatti dal 2001 ad oggi, il personale Ausiliario è sempre stato carente e, dove presente, mal gestito.

Da questo ha origine il gravissimo errore concettuale che causa il fallimento del modello stesso…come si può pensare di risolvere un problema legato alla carenza di personale infermieristico, laureato e altamente specializzato, attraverso l’utilizzo di una figura completamente diversa, formata con corsi regionali e già prevista nel sistema sanitario per dare, nello specifico, risposte assistenziali di base?

Da notare che gli infermieri si possono sostituire solo con altri infermieri, lo stesso vale per il medico, per l’o.s.s. e per qualunque altra categoria professionale.

Altro obiettivo era quello di facilitare la definizione di quante e di quali risorse fossero necessarie per effettuare i processi assistenziali in ambito ospedaliero e territoriale.

Appare antitetico affermare che, “in base alla complessità della persona assistita, sarebbe minore o maggiore l’utilizzo del personale di supporto (o.s.s.) nell’assistenza di base, ed in particolare sarebbe minore l’utilizzo in caso di maggiore complessità del paziente e viceversa..”.

“Complesso” non vuol dire necessariamente complicato!

Dipende dalla capacità di scomporre lo scenario in problemi risolvibili, senza perdere di vista l’insieme.

Per questo in sanità ogni attore avrà la propria specifica funzione e il lavoro del singolo sarà da considerare come il singolo anello di un’unica catena…in caso contrario, invece, non avrebbe alcun senso la presenza di due o più professionalità diverse che svolgono, in base ai casi più o meno “complessi”, stessi atti o che abbiano capacità di intercambiare la propria professionalità con altre.

Inoltre, nello specifico, i bisogni primari sono propri di tutti i pazienti, sia che essi vengano considerati più o meno “complessi” dal punto di vista clinico assistenziale e in quanto trattasi di atti fisiologici, l’assistenza primaria non andrà ad interferire in alcun caso sull’aspetto clinico/assistenziale.

Proprio per tali ragioni i parametri dovrebbero essere invertiti, ossia, più “complesso” sarà il paziente, più sarà aumentata la necessità di disporre di personale Ausiliario perché maggiore sarà il bisogno assistenziale di base, ai fini di garantire adeguate cure igieniche.

Da molti anni, è dimostrato che in ospedale, come nei servizi territoriali, il lavoro in equipe produce prestazioni più efficaci e una significativa riduzione dei costi.

Il modello in discussione, più che ad un’ottimizzazione sull’utilizzo delle risorse, sembrerebbe indirizzato verso una razionalizzazione dei costi attraverso ulteriori tagli sul personale, mettendo in secondo ordine il benessere e la sicurezza dei cittadini.

Infatti negli anni sono state effettuate pochissime assunzioni, sia di personale infermieristico che Ausiliario (vedi interrogazione parlamentare 2016 sulla carenza di personale infermieristico, 50.000 unita, fonte Ipasvi) rispetto al reale fabbisogno, svilendo cosi, inevitabilmente, la professionalità dell’infermiere e conseguentemente offrendo un’assistenza scadente al cittadino.

Tale teoria risulta “debole” sia dal punto di vista giuridico che dal punto di vista politico/economico.
Purtroppo ancora oggi le politiche sanitarie del “poco e male” vanno avanti e si trovano ben affermate nella gestione del personale del panorama sanitario nazionale, in particolare di infermieri ed o.s.s..

L’etimologia del termine “complessità” aiuta a comprendere il senso ultimo dell’atteggiamento complesso: un sistema complesso non può essere compreso mediante il solo esame delle sue componenti e, per analogia, le “cause ultime” di un problema complesso non sono banalmente quelle delle sue parti essenziali, perché esso non può essere risolto mediante semplice scomposizione ma richiede l’interazione tra questa e una visione d’insieme.
È questo il punto di partenza dell’epistemologia della complessità sviluppata da Edgar Morin a partire dai primi anni ’70 del Novecento.

Un pensiero complesso non può essere sviluppato prescindendo dal senso scientifico della complessità, non è strano che aumentino pubblicazioni, attività consulenziali che si propongono di importare la “teoria della complessità” nella prassi gestionale. Ciò sta però avvenendo in modo maldestro concetti scientifici profondi vengono deformati e a volte trasformati in caricature.

Alfio Stiro – Infermiere