Un articolo pubblicato su un giornale americano fa chiarezza su un argomento molto in voga tra i millennial.

Non fa bene alla salute (non più di quello bianco, almeno), ma non fa neanche male. Non arriva davvero dall’Himalaya e costa parecchio più di quello normale. Eppure il sale rosa sta vivendo un momento di popolarità planetaria, e ingiustificata. A raccontare la sua incredibile storia, che c’entra molto con l’associazione inconscia dei colori agli alimenti, con alcune credenze popolari infondate e con tendenze lanciate da personaggi pubblici e influencer, è il giornale americano The Atlantic. L’articolo della giornalista specializzata in alimentazione Amanda Mull racconta come si è arrivati al successo, non senza una punta di ironia verso questa gigantesca bufala.

Innanzitutto è necessario sfatare uno dei miti più alimentati. La stragrande maggioranza del sale rosa non arriva dalla catena montuosa più alta del mondo, bensì dall’enorme miniera di Kewhra, che si trova a sud della catena himalayana, in Pakistan, tra le città di Lahore e Islamabad. Si tratta di un luogo quasi mitico, esteso su un’area di oltre 110 chilometri quadrati, scavati per più di 200 metri di profondità fin dall’antichità. Secondo la leggenda, sarebbe stato scoperto addirittura da Alessandro Magno. Un luogo pieno di fascino, quindi, ma non nel cuore della montagna. Lì il sale non è raccolto a mano, come spesso scritto sulle confezioni e raccontato nelle pubblicità, ma con macchinari e con l’aiuto di una ferrovia interna, visto che la quantità media annuale di sale estratto è di 325mila tonnellate (una punta di iceberg rispetto alle stimate 6.687 miliardi di tonnellate presenti).

Il sale rosa è antichissimo. Secondo i test effettuati, risale a circa 220 milioni di anni fa, e per questo, nel tempo, ha inglobato alcuni minerali, come il ferro, lo zinco, il magnesio e il calcio, e varie impurità. La colorazione si deve a queste inclusioni, soprattutto all’ossido di ferro. Queste sostanze, tuttavia, non sono presenti in quantità tali da modificare gli effetti del cloruro di sodio sull’organismo. Le proprietà benefiche pubblicizzate sono semplicemente inesistenti e mai dimostrate, come conferma anche una delle ultime revisioni scientifiche pubblicate nel 2017. Come se tutto ciò non bastasse, il prezzo è quasi il doppio rispetto al sale bianco del Mediterraneo. Tuttavia il successo sembra non conoscere fine. Anzi, ha dato il via anche ad altri tipi di sale speciale, come quello grigio francese o il Fleur de Sel.

Come si spiega, allora, la passione per il sale rosa? Secondo Mull, in parte è un fenomeno social: le foto di Instagram che hanno come hashtag #pinksalt sono più di 70mila. E sono in continua crescita, grazie anche alla spinta di chef famosi e infuencer di ogni tipo. Senza dimenticare i libri dedicati alle proprietà quasi esoteriche del misterioso sale di montagna, già numerosi negli Stati Uniti. Cercando una motivazione più profonda, sempre secondo Mull, bisogna pensare al gradimento inconscio per il colore rosa, molto diffuso, al fatto che questo sale si presta a composizioni molto decorative.

C’è poi il fascino che parole come “naturale”, “puro”, “antico” e “incontaminato” esercitano sui millennial, nati e cresciuti in un mondo di cibo industriale, e per questo ossessionati dalla ricerca di alimenti naturali o considerati tali. Gli stessi, tra l’altro, sono anche tentati dall’uso del cibo per altri scopi, come la cosmetica o la decorazione della casa: il sale rosa è perfetto per questi impieghi. In definitiva, il sale rosa è solo il frutto di un’operazione commerciale. È innocuo per la salute, ma non benefico. Peccato che nessuno lo promuova in questi termini.

Redazione Nurse Times

Fonte: Il fatto alimentare