L’outcome del paziente ricoverato in ospedale sarà migliore qualora venga curato da un medico di sesso maschile o femminile? A domandarselo sono stati i ricercatori del Department of Health Policy and Management, Harvard T. H. Chan School of Public Health, Boston, Massachusetts coadiuvati da un elevato numero di collaboratori provenienti da altri centri di ricerca statunitensi.

L’interrogativo che si sono posti è stato il seguente: come cambia l’outcome del paziente qualora venga curato da un medico uomo rispetto a quando viene curato da un medico donna?

Nello studio sono stati analizzati dati su scala nazionale riguardanti oltre 1 milione e 500 mila pazienti ospedalizzati. Dai risultati è emerso come i pazienti curati da medici di sesso femminile avessero tassi di mortalità (adjusted mortality rate, 11.07% vs 11.49%) e di riammissione in ospedale  (adjusted readmission rate, 15.02% vs 15.57%) significativamente inferiori se paragonati a coloro che sono stati curati da medici uomini dello stesso ospedale.

Sostanziali differenze nelle modalità adottate nella pratica lavorativa tra i medici uomini ed i medici donna, già emersi in precedenti studi, potrebbero avere implicazioni cliniche importanti per l’outcome dei pazienti.

In numerosi studi sarebbe emerso come il personale di sesso femminile sia più propenso ad aderire alle linee guida cliniche e alle pratiche basate sulle evidenze scientifiche.

Per determinare se i tassi di mortalità e riammissione differissero tra i medici di sesso maschile e femminile è stato analizzato un campione di pazienti di età uguale o superiore ai 65 anni ricoverati per patologie di natura medica e trattati da medici internisti nel periodo compreso tra il 1º gennaio 2011 ed il 31 dicembre 2014. È stata analizzata l’associazione tra il sesso dei medici ed i tassi di mortalità e riammissione a 30 giorni, adeguata alle caratteristiche dei pazienti e dei medici stessi.
Per l’analisi di sensibilità, sono stati esaminati solo i medici che si occupano di assistenza ospedaliera. È stata inoltre studiata la differenza negli outcome dei pazienti affetti da specifiche condizioni di salute, sottolineando la gravità del quadro clinico.

Sono stati analizzati complessivamente i dati a 30 giorni di 1.583.028 pazienti dei quali 621.412 erano uomini mentre 961.616 erano donne. Sono stati inclusi nella seconda parte della ricerca 1.540.797 pazienti.

I pazienti curati dai medici donna hanno avuto mortalità a 30 giorni inferiore (adjusted mortality, 11.07% vs 11.49%; adjusted risk difference, –0.43%; 95% CI, –0.57% to –0.28%; P < .001; number needed to treat to prevent 1 death, 233) e tassi di riammissione a 30 giorni meno elevati (adjusted readmissions, 15.02% vs 15.57%; adjusted risk difference, –0.55%; 95% CI, –0.71% to –0.39%; P < .001; number needed to treat to prevent 1 readmission, 182) rispetto ai pazienti trattati da medici uomini. Le differenze sono rimaste invariate incrociando i dati per otto principali patologie comuni e per gravità del quadro clinico.

In conclusione, gli anziani ospedalizzati curati da un medico internista donna hanno manifestato tassi di mortalità e di riammissione inferiori rispetto a coloro che sono stati curati da uno specialista uomo. Secondo i risultati, le differenze emerse sarebbero riconducibili a diversi modelli di cura adottati e ad una maggiore aderenza alle linee guida da parte dei medici di sesso femminile.

Simone Gussoni

Fonte: Jama Internal Medicine