Licia, infermiera italiana in UK: guida per una scelta consapevole!

Ciao a tutti sono Licia infermiera italiana che come tanti si è trasferita in UK circa un anno fa

Ciao a tutti sono Licia infermiera italiana che come tanti si è trasferita in UK circa un anno fa

Laureata nel novembre 2015 ho avuto la grande opportunità di immergermi nel mondo del lavoro a meno di un mese dalla laurea in una casa di riposo. Felice come non mai purtroppo mi sono scontrata subito con la deludente realtà differente dalle mie aspettative!

Carica di entusiasmo post universitario il mondo lavorativo mi ha fatto rendere conto che la professionalità non è priorità in certi luoghi e che per lavorare non solo bisogna sottostare a regole demansionanti, ma ci si mette a rischio in prima persona. In questa casa di riposo ero l unica infermiera su 60 ospiti (premetto che era rssa quindi le condizioni psico fisiche di questi ultimi non erano ottimali).

Durante il turno mattina e pomeriggio nel team avevo 4 – 5 oss che fortunatamente erano in gamba e lavoravano parecchio, la notte ero con un solo oss e si impazziva letteralmente.

Facevo molte più ore di quelle da contratto, riposi che erano miraggi e la busta paga regolarmente con delle ore in meno!

Le condizioni lavorative erano disastrose e la paga misera, iniziai a protestare troppo cercando di far luce su fatti scomodi da chiarire per i manager così prima del rinnovo del contratto mi ritrovai a casa!

Mentre lavoravo erano in molti a dirmi di tenere la bocca chiusa pur di mantenere il lavoro ma io sono sempre stata una precisa e amante della giustizia tanto da ritrovarmi a casa!

Delusa e amareggiata iniziai di nuovo a mandare cv in tutta Italia iscrivendomi a vari concorsi (per i quali si pagava un bollettino, puntualmente rimandati o annullati o che venivano espletati in maniera assurda) partecipare ad avvisi e fare corsi di formazione e “tirocini post laurea” (che seppur utili erano completamente gratuiti). Insomma niente di remunerativo anzi ero spesso io a dover “uscire soldi”.

Iniziai a valutare l’opportunità di andare all’estero. Dopo essermi informata su Internet e contattato persone che avevano fatto questa scelta e vivevano all’estero da anni, tra le varie mete quella che mi ispirava di più era l’UK viste le prospettive di carriera e visto che tutti parlavano di infermiere come professione avanzata e riconosciuta.

Vedevo il Regno Unito come un miraggio per la realizzazione professionale e la completezza di formazione (visto che si fa anche ricerca).

Iniziai ad avviare le pratiche per l’iscrizione al nmc, quando dopo mesi mi arriva un telegramma per un avviso pubblico, accantono l’idea dell’Uk (senza però sospendere il processo per ottenere il pin, perché pensavo che nella vita tutto può tornare utlie) e inizio a lavorare in un ospedale non molto lontano da casa, un pronto soccorso trauma center di primo livello.

Inutile dire che è stata finora l’esperienza professionale più formativa ed interessante della mia vita, ho imparato tanto e amato il mio ruolo da infermiera!

Come mi dissero i colleghi sono stata una delle neolaureate assunte ad avere un “battesimo nel sangue” perché durante il mio incarico ci fu la maxi emergenza dello scontro dei due treni sulla Andria Corato!

Una tragedia che segnò tutti e che vide noi dell ospedale di Andria e del pronto soccorso, in prima linea ad affrontare questa situazione!

È stata un esperienza che ha segnato tutti emotivamente e io aggiungerei anche professionalmente!

Quel pronto soccorso insomma mi ha dato tanto e mi sentivo in grado di affrontare qualsiasi situazione!

Ma il contratto arrivò a termine e con lui anche il sogno di continuare in quella realtà che seppur dura era ormai la mia passione!

I mesi che seguirono furono bui e lunghi… L’idea di mandare curriculum e non ricevere risposta, l’idea di sentire che la mia esperienza valeva meno di una raccomandazione era davvero frustrante!

Così all’ennesima mail di offerte di lavoro in Uk presi in considerazione una di un ospedale del sud!

Città turistica e di sole (per quanto ce ne possa essere in UK xD). Inviai il cv, la risposta non si fece attendere e dopo poco feci un interview su Skype che andò bene!

Non ero ancora del tutto consapevole di ciò che comportava iniziare una vita all’estero ma neanche volevo pensarci troppo!

Il mio ragazzo non era molto contento all’idea, ma valutando ciò che ci offriva l’Italia è seppur non infermiere, decise di partire con me.

Era Febbraio quando misi tutta la mia vita in una valigia e con lei le aspettative di un avvenire migliore!

Salutare tutti non fu facile e l’odio che provavo verso l’Italia che mi aveva delusa era indescrivibile. Sentivo che partire era la scelta migliore ma sentivo anche che era un po “costretta” perché, parliamoci chiaro, se l’Italia avesse offerto le stesse opportunità nessuno sano di mente sarebbe emigrato o almeno non tutti quelli che l’hanno fatto.

Approdata in UK e più precisamente a Bournemouth iniziai a fare i conti con le prime difficoltà e soprattutto con la lingua.

Il mio inglese di partenza (definito dall’agency molto soddisfacente per lavorare e vivere qui) era a dir poco penoso. Capirli era difficilissimo!

I primi giorni mi servirono per imparare a muovermi con i mezzi (scoprendo con dispiacere che casa era decentratissima dalla città e che la prima fermata non era dietro l’angolo), portare i documenti all’ospedale, fare la visita all’occupational health, aprirmi un conto bancario inglese e familiarizzare con luogo.

Se ci penso ora mi sembrano piccole cose, ma all’epoca erano montagne da scalare!

Iniziò anche il corso introduttivo “induction” e lì l’ennesima scoperta: ero l’unica italiana, l’unica alla prima esperienza in UK, l’unica che non aveva una conoscenza adeguata della lingua.

Gli interlocutori durante le lezioni parlavano come se stessero parlando con dei madrelingua inglesi, io mi imbarazzavo a chiedere di andare più piano e così passarono i primi giorni dalle 9 alle 17 dal lunedì al venerdì capendo solo il 5% di quello che dicevano.

Mi sentivo isolata e fuori dal mondo ma dicevo che in reparto sarebbe andata meglio, alla fine era una geriatria quindi non doveva essere così male per iniziare.

La prima settimana in reparto fu tragica, iniziando dalla scoperta che il reparto non era una semplice geriatria ma una sorta di lungodegenza di psichiatria geriatrica. Mi resi conto che la gestione del paziente con demenza qui era completamente diversa.

Il primo periodo non mi aspettavo di fare l’infermiera (seppur assunta come tale) ma neanche di lavare le commode (una sorta di sedia rotelle con una vaschetta per fare i bisogni che si porta a letto del paziente) e i bagni del reparto.

Ebbene si…si faceva prevalentemente quello. Ero in supernumerary (affiancamento) ma non affiancavo mai l’infermiera, solo hca (i nostri oss) e così passavano giorni senza nessun cambiamento o miglioramento.

Notai anche che tutto ciò che in Italia chiamiamo demansionamento qui era per infermieri normale routine: rifacimento letti, igiene, supporto nei pasti, pulire tutto ciò che i pazienti con demenza sporcavano lasciandoli nella più piena libertà di fare ciò che volevano, assecondarli seguendoli nei loro vagabondaggi con rischio di caduta.

Insomma uno scenario disastroso! Inoltre sapevo della famosa questione degli assessment per ogni minima azione infermieristica.

Ma a distanza di tre mesi, non ricevetti l’assessment per poter fare il giro di terapia delle tablets (pillole); chiesi al caposala spiegazioni e lui mi disse che nel reparto ero più utile come oss che come infermiera!

Subivo anche del razzismo da parte sua ma inesperta in quel nuovo mondo non sapevo come ribellarmi!

Il mio inglese stava migliorando e io non sopportavo l’idea di stare lì a quelle condizioni. Parlare con il sister era controproducente, mi rivolsi alla matron (superiore al caposala) ma nulla cambiò!

Parlavano tanto di supporto ma poi nella pratica non esisteva!

Mi chiedevo se il sacrificio di trasferirmi in UK per ritrovarmi a fare l’hca assunta comunque come staff nurse band 5 (quindi infermiera) e compilando tutti i paperwork di competenza infermieristica (con le dovute responsabilità) ne valesse la pena.

Tornavo a casa in lacrime non accettando la situazione finché non andai dalle risorse umane per l’ennesima volta, minacciando che se non mi avessero cambiato reparto, avrei lasciato l’ospedale senza rispettare il preavviso!

A distanza di una settimana fui spostata nel reparto di gastroenterologia (non scelto da me) dove attualmente lavoro.

Qui l’infermiere non faceva solo letti e igiene ma c’era anche terapia infusionale, gestione di sondini nasogastrici, stomie e peg, gestione (non inserimento) di picc line, ecc!

Insomma era più interessante lavorativamente parlando!

Il mio inglese migliorava e finalmente comunicare non era un’impresa come l’inizio, dopo un mese presi l’assessment per il giro di terapia orale e riuscì ad avere la bay (stanza con 6 – 7 pazienti) da gestire!

Il rapporto con i colleghi però non fu facile ne roseo e dopo il primo tumulto, almeno la caposala mi venne incontro (contrariamente a ciò che avvenne nel precedente reparto)!

Per gli altri assessment ho dovuto aspettare a lungo e sto ancora aspettando, al momento ho solo quello per gestire sondini, terapia insulinica e palliativa e l’IV assessment (abilitazione a gestire le flebo) indispensabile per conseguire gli altri (per inserire cannule ed eseguire prelievi).

Insomma è passato un anno e sto ancora aspettando assessment per cose che facevo in Italia già durante il tirocinio in autonomia, il che è frustrante.

Competenze nuove finora non ne ho acquisite e non ne vedo all’orizzonte. Integrarsi non è semplice e spesso mi chiedo cosa ho da imparare?

In base alla mia esperienza al momento penso che il band 5 ha le competenze del nostro oss.

Il 6 forse inizia ad avvicinarsi al nostro livello post laurea e il 7 equivale all’infermiere italiano con conoscenza clinica, esperienza e aggiornamenti.

Il band 8 è più manageriale (diciamo il nostro caposala). La cosa bella è che qui ogni band ha un salario maggiore e che all interno della stessa band ogni anno questo aumenta.

Per farla breve in questo anno ho capito un po di cose positive e negative dell UK che è bene sapere per poter fare una scelta consapevole

Qui è normale che l’infermiere faccia letti igiene e cose che noi definiamo demansionanti, l’infermiere ha un ruolo attivo nel piano assistenziale al paziente con tutte le responsabilità annesse.

La preparazione infermieristica inglese di fondo a mio parere è pari al 20% di ciò che noi studiamo all’università; quindi a livello di formazione non si ha molto da imparare, le difficoltà per farsi riconoscere e rispettare non sono poche.

L’avanzamento di carriera e le opportunità variano molto in base al posto e al contesto in cui ci si trova.

Posso dire che contrariamente a quanto succedeva in Italia ora non gestisco mai più di 7 pazienti, ma per come vengono gestiti qui è quasi come lavorare per 30; fare gli straordinari è una scelta, le ore ti vengono tutte pagate in busta paga.

Le 12 ore per 3 – 4 volte a settimana sono fattibili solo se sei in un reparto tranquillo e ben gestito (nel mio ho chiesto di fare turni da 8 ed è già tanto per la mole lavorativa che comportano).

Fare full time: 37.5 ore a settimana è tanto ed è come essere continuamente in ospedale se li fai da 8, se poi li fai da 12 esisti solo nei giorni off che però ti servono per ricaricarti e ristabilirti (e per questo ho chiesto il part time).

Ogni anno lo stipendio aumenta ma quello iniziale non è proprio il meglio (a meno che non si facciano tante notti e weekend), fare più notti una dopo l’altra e senza riposo è normale (nel mio ospedale in terapia intensiva si fa una settimana di 7 notti continue e un’altra di giorni).

Molti hanno cambiato carriera perché qui fare l’infermiere con questi ritmi e responsabilità è molto stressante.

L’organizzazione ospedaliera, la burocrazia e tutta la documentazione è un caos e completamente differente da quella italiana quindi vi sentirete spaesati e per capirla e conoscerla non basta un mese.

C’è tanto altro da dire e tanti altri aspetti da affrontare per questo vorrei aprire una rubrica per rispondere in base alla mia esperienza a tutti i quesiti che vorrete porre!

Io nel frattempo continuo a lavorare, cerco di superare le difficoltà.

Il mio stipendio mi permette di pagare l’affitto di una casa one bedroom, in centro e a pochi passi dal mare (ebbene si mi sono poi finalmente trasferita) in una città molto attiva e piacevole; mi posso permettere di mantenere una macchina e togliermi di tanto in tanto sfizi.

Certo in casa entrano due stipendi e avere una persona accanto aiuta molto!

Io vado avanti qui con la determinazione di trovare un posto migliore…voglio credere che non sia ovunque così e che ci sia altro da imparare!

Non è tutto facile ma le opportunità non mancano, bisogna solo pazientare, essere coraggiosi, determinati e anche fortunati (aggiungerei). La nostalgia di casa di sente e della cultura e del modo di lavorare; i momenti di crisi e di ripensamenti non mancano.

A mio modesto parere, la scelta che fa propendere verso l’UK  rispetto all’Italia sono confinati solo alle opportunità lavorative, alla crescita del salario, al rispetto del contratto ed alla “stabilità”. Il resto è opinabile e discutibile. E che “l’erba del vicino” vista da vicino, non è poi sempre così verde.

 

Licia Livrieri

 

Per contrattare Licia inviate una mail a form@nursetimes.org

 

 

 

Giuseppe Papagni

Nato a Bisceglie, nella sesta provincia pugliese, infermiere dal 94, fondatore del gruppo Facebook "infermiere professionista della salute", impegnato nella rappresentanza professionale, la sua passione per l'infermieristica vede la sua massima espressione nella realizzazione del progetto NurseTimes...

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