Possibile che in questa stramba categoria, che dovrebbe essere composta da professionisti, ci sia sempre una scusa più o meno valida per svolgere mansioni inferiori; per compensare sempre e comunque le carenze di una sanità allo sbando, per non informarsi e per fare tutto (sottolineo: TUTTO!) in nome dell’olismo, del paziente, dell’amore, della missione, dell’umiltà e di tutti questi concetti utilizzati in modo distorto e grazie a cui continuiamo ad essere sfruttati come i mestieranti di 50 anni fa?

È con questo accorato quesito che voglio iniziare il mio nuovo articolo, finalizzato a far riflettere, discutere (spero in modo costruttivo, una volta tanto) e, perché no, anche sorridere. Perché alcune prese di posizione e certi vagiti di quelli che dovrebbero essere dei professionisti laureati e addirittura “intellettuali”, fanno davvero ridere (trattasi di riso isterico… prodotto nervosamente, per non piangere).

Già, perché nonostante la repentina evoluzione “subita”, almeno sulla carta, dalla professione infermieristica a partire dal 1994 (col decreto 739, il Profilo Professionale dell’infermiere); sembra proprio che nella realtà dei fatti l’intera categoria sia ancora impantanata in un guano fatto di compiti, mansioni attività ausiliarie ad altre figure e concetti d’altri tempi.

Un guano velato di una tanto malsana ed inconcepibile quanto rasserenante e manipolabile ignoranza, trascurata e forse addirittura alimentata, per certi versi, tra i banchi delle università.

Sì, perché sempre più frequentemente i problemi sembrano arrivare proprio da lì, dal CdL, come da noi denunciato in diversi articoli come Chi sceglie alcuni Tutor universitari del corso di Laurea in Infermieristica, Topo Gigio?”, “Ho visto valutare con 30 e lode studenti infermieri che lavavano i vetri dei reparti”, “L’Università mi ha chiesto di sbattere infermieri e studenti a fare il giro letti, ma ho detto NO!”, “Vuoi crescere professionalmente e studiare? Allora non sei un’infermiera” e “Voi siete solo ALLIEVI e in quanto tali dovete soffrire per imparare il MESTIERE. Tutto ciò, purtroppo, mi viene dimostrato anche da messaggi privati, che ricevo quotidianamente sui social da parte di studenti in procinto di laurearsi e che mi appaiono del tutto straripanti di confusione. Messaggi come questo:

Ma non solo. Spulciando i commenti a molti nostri articoli postati su Facebook è sempre più palese il fatto che, troppo di frequente, gli studenti siano utilizzati nei reparti come vera e propria manovalanza, in barba al loro processo formativo che dovrebbe prepararli ad essere dei professionisti veri, responsabili dell’assistenza generale infermieristica (che non significa fare TUTTO…) e non degli irrazionali muli da soma che non hanno mai visto un piano d’assistenza.

Già, i social networks. Perché nel 2017 lo specchio di tutto ciò, oltre ai reparti di degenza e ai posti di lavoro pubblici e privati dove gli infermieri erogano le loro prestazioni, sono ancora una volta loro, i social; luoghi virtuali in cui i colleghi professionisti (o pseudo tali) si sentono totalmente liberi di esprimere le loro lamentele, il loro pensiero e le proprie esperienze, di frequente senza freni e senza alcun ritegno, consapevoli della pressoché totale impunità nel caso in cui le proprie flatulenze intellettuali (VEDI articolo) liberate nell’etere vadano a ledere in qualche modo il decoro dell’intera categoria.

Sì, ok, c’è la crisi e bisogna lavorare, in attesa di tempi migliori. Se mai arriveranno. Su questo siamo tutti d’accordo. Ma… sinceramente parlando, conoscete altre categorie di professionisti laureati che svendono il proprio percorso universitario accettando mansioni inferiori in modo così palese, dequalificante e trovando sempre e comunque delle giustificazioni per infilarle a forza nel proprio profilo professionale?

Ad esempio (il solito, che reputo piuttosto calzante), conoscete per caso un laureato in ingegneria che, non trovando l’occupazione dei suoi sogni, si mette a lavorare come muratore, dopo essersi presentato all’azienda come ingegnere e giustificando il fatto che, essendo egli responsabile della sua costruzione, deve necessariamente impastare la calce e posizionare personalmente i vari blocchetti?

Siete mai stati in contatto con altri studenti universitari di altri corsi e Facoltà che giustificano il fatto di essere sfruttati con un “non mi sembra per niente carino ed educato non aiutarli”? E che, sempre parlando di quello che di fatto è il loro indubitabile sfruttamento, lo scagionano con un terribile “prima finiamo, prima ho la possibilità di fare altro ed imparare…”?

Cosa accade alla mente, alla voglia di studiare, di imparare e di crescere dei giovani, quando si iscrivono al corso di laurea in Infermieristica? Per caso erano così anche prima? Sapevano a cosa andavano incontro? Oppure una volta iscritti si rendono conto, rassegnandosi, di aver scelto una strada che dopo tanti sacrifici li porterà solo ad essere degli sguatteri, che sgobbano senza sosta e che solo a tempo perso imparano e crescono?

Ed ecco che ricompare la “Gavetta”… termine orrendo che sa di antico, di nonnismo, di sfruttamento e, visto anche l’italiano che spesso viene utilizzato in queste perle di saggezza “petate” nel web, di una imbarazzante ignoranza. E poi umiltà ed umanità, usati in continuazione e a sproposito per dare in qualche modo una giustificazione (poco) credibile al fatto che si eseguano ancora oggi e ancora col sorriso degli ordini di qualcun altro, perché “si è sempre fatto così”; abbassandosi a svolgere anche e soprattutto ciò che è al di fuori delle proprie competenze. E lo è, al di fuori, per legge. Non per i capricci di chi è laureato.

Poi va beh, ci sono anche gli inguaribili “factotum”, i “praticoni”, quelli che “mandano avanti i reparti”, che non vogliono sentir parlare di profilo professionale, di sentenze (l’ultima è piuttosto recente, VEDI), di pianificazione assistenziale (le chiamano inutili scartoffie) e che non si pongono il benché minimo problema se il loro agire professionale sia lecito o meno, se possa farli lavorare in sicurezza o meno e se possa soprattutto davvero permettergli di erogare un’assistenza di qualità. Perché per loro l’infermiere quello era e quello deve rimanere. A prescindere. Fino alla fine dei tempi. Perché più di quello loro non vogliono e non possono essere.

Parlano anche di “paziente al centro”, molti colleghi, per giustificare varie assurdità e il demansionamento. Concetto sacrosanto, che la nostra sanità dovrebbe ricordare più spesso e che magari dovrebbe tenere sempre a mente. Ma che loro interpretano, purtroppo, con un: “il paziente deve essere al centro, quindi l’infermiere deve fare tutto per compensare le carenze dei reparti. Anche se croniche. Da che mondo è mondo, gli infermieri hanno sempre fatto così”.

Non denunciando quasi mai la situazione, tra l’altro. Perché non sanno o non vogliono sapere che le aziende, per legge, dovrebbero assumere il personale di supporto. Per omertà (VEDI). E perché “cosa paghiamo a fare la rata dell’IPASVI?”

Quasi ogni giorno, ormai, ci sono pure quei dubbi amletici puntualmente proposti sui vari gruppi che, come professionista, ti fanno vergognare e basta:

Quelli che ti fanno accapponare la pelle e decisamente preoccupare:

E infine quelli che ti deprimono, a 360 gradi, facendoti venire voglia di scendere in corsa ed il prima possibile da questa professione in panne. Perché le nostre università, troppo spesso e a maggior ragione quando si tratta di produrre infermieri, evacuano dei laureati che sembrano non saper neanche parlare e scrivere in un italiano accettabile

…e ciò è un altro problema piuttosto imbarazzante. Di cui, prima o poi, sarebbe opportuno rendersi conto. Sul serio.

Come si può crescere davvero in questa drammatica situazione?

Alessio Biondino