Come sappiamo a seguito della Riforma Sanitaria avvenuta in Italia nel 1992, con la 502/92 e successive modifiche, con la nascita del profilo professionale (D.M. 739 del 1994) e con l’abolizione del Mansionario per gli Infermieri (Legge 42 del 1999), l’infermiere passa da un soggetto considerato un mero esecutore a professionista sanitario responsabile dell’assistenza infermieristica al paziente.

Prima dell’emanazione del D.M. 509/1999, si poteva diventare infermiere, dopo aver assolto la scuola dell’obbligo, allora previsto all’età di 16 anni, tramite un corso di durata 2 anni, mentre dopo l’emanazione del suddetto D.M. si diventa infermiere solo dopo aver conseguito una laurea triennale.

Nel 2006, attraverso la Legge 43/2006, viene ribadita l’importanza della formazione universitaria. In particolare nell’art 6 vengono descritti:

  1. Professionisti coloro che sono in possesso del diploma di laurea o del titolo universitario conseguito (in Infermieristica e non in scienze infermieristiche come molti confondono);
  2. professionisti coordinatori coloro che sono in possesso del master di primo livello in management o per le funzioni di coordinamento rilasciato dall’università;
  3. Professionisti specialisti coloro che sono in possesso del master di primo livello per le funzioni specialistiche rilasciato dall’Università;
  4. Professionisti Dirigenti coloro che sono in possesso della Laurea Specialistica (in scienze infermieristiche) di cui al decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica 2 aprile 2001, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 128 del 5 giugno 2001.

Bisognerebbe aggiungere:

  1. Infermieri Ricercatori in possesso del Dottorato di Ricerca in Infermieristica

La domanda è: Ma quale valenza hanno questi titoli, oggi, in Italia?

  1. Professionisti con laurea: siamo veramente considerati professionisti intellettualmente avanzati? Dato gli ultimi avvenimenti mediatici, gli infermieri dalla società non sono considerati ancora professionisti intellettualmente avanzati, ma semplici esecutori delle prescrizioni mediche. Lo stesso Inps, quando qualche anno fa, mandò la documentazione per il nuovo censimento, collocò gli infermieri nella categoria con educazione MEDIO-BASSA, ovvero quello dell’operaio. La riforma universitaria, soprattutto nelle Regione del Centro Sud, è riuscita in qualche modo a rendere autonomi, altri professionisti, come fisioterapisti, terapisti occupazionali, logopedisti i quali firmano e redigono in maniera autonoma il loro progetto terapeutico, ma questo avviene negli Infermieri? Purtroppo non sempre. Spesso e volentieri questa mancanza di autonomia però non si può attribuire ad altri professionisti, ma solamente a noi. Infatti Quanti di noi, ancora oggi, sono convinti che basta che il medico lo scrive in cartella clinica, per toglierci da tutte le responsabilità? Quanti di noi sono rimasti ancora rinchiusi nel Mansionario?
  2. Professionisti coordinatori: Attualmente il master in coordinamento è l’unico master realmente riconosciuto a livello legislativo. L’unico perché? Perché in baso a quanto descritto nella Legge 43 del 2006, solo coloro in possesso del master in coordinamento possono accedere ai concorsi per diventare infermieri coordinatori. Il master è riconosciuto anche a livello retributivo, in quanto ai coordinatori viene riconosciuto un tariffario base più alto rispetto all’infermiere non coordinatore.
  3. Professionisti specialisti: quanto valgono gli altri master in Italia? Attualmente di master ce ne sono tantissimi, master in area critica, wound care, cure palliative ecc ecc. Ma sono riconosciuti?

Purtroppo no. Non solo chi è in possesso di un master che rende più competente l’infermiere in un determinato settore, non riceve nessuna remunerazione aggiuntiva, ma il possedere un master, in Italia, non rappresenta il lasciapassare per un determinato reparto. Infatti non è detto che chi ha un master in area critica lavorerà sicuramente in reparti d’urgenza, così come non è detto che colui che ha il master in wound care, sarà sicuramente il consulente al quale l’Azienda si rivolgerà se avesse necessità di redigere un protocollo per un paziente con medicazioni complesse. Eppure conseguire un master richiede fatica ed un anno di tempo, durante il quale, il professionista dovrà dividersi tra lavoro e Università.

  1. Professionisti dirigenti: la laurea magistrale consente al professionista di accedere ai concorsi per la dirigenza infermieristica e all’insegnamento. Anche qua ci sarebbero delle considerazioni. Attualmente quanti nuovi dirigenti ci sono stati dopo che questi hanno conseguito una laurea magistrale? Sicuramente pochi. Si, proprio così. In Italia c’è la convinzione che nel momento in cui si diventa dirigente lo si è a vita. Ed è forse questo il motivo per cui i dirigenti infermieristici sono sempre gli stessi. Eppure quanti sanno che la dirigenza infermieristica non è un titolo a vita, ma un titolo che richiede a scadenza triennale o quinquennale una valutazione dell’organo di Valutazione? Quanti sanno che in questa valutazione è richiesta anche la partecipazione del personale? Quanti sanno che una delle voci di valutazione è la capacità del dirigente di saper comunicare con il proprio personale? Penso che pochi lo sappiano. Eppure il dirigente deve raggiungere degli obiettivi di incarico, ma questi obiettivi sono realmente sempre raggiunti?
  2. Infermiere con dottorato di ricerca: il dottorato di ricerca, o PhD (phylosophe Doctorate) è il più grande titolo accademico e l’unico titolo riconosciuto in tutto il mondo dalla comunità scientifica. MA quanto vale in Italia? Ovvero chi possiede il dottorato di ricerca, in un paese normale dovrebbe per lo meno insegnare Metodologia della Ricerca, in Italia invece questo non sempre avviene. Ci sono tanti dottorati di ricerca, ai quali non solo non è permesso far ricerca, visto i tagli che spesso vengono fatti dallo Stato alla Ricerca, ma non insegnano nemmeno tale materia. Il dottorato di ricerca in Infermieristica è un percorso di studi che da poco, solamente alcune Università, hanno aperto. Quindi metodologia della ricerca era una materia che prima all’interno delle Università veniva insegnata, non sempre da ricercatori, ma da persone che in realtà non avevano mai fatto ricerca. Nel momento in cui ora la situazione è cambiata, non sarebbe più appropriato che i ricercatori insegnassero agli studenti infermieri come “far” ricerca?

Detto questo qualcuno dirà: “si però magari fanno curriculum”. Anche qua bisogna fare delle considerazioni. Si, faranno sicuramente curriculum, ma i titoli vengono veramente considerati con la giusta considerazione?

Questa è una griglia tipo di valutazione dei titoli

  1. b) titoli accademici e di studio (max 8 punti)
    Il candidato deve indicare tutti i titoli accademici e di studio conseguiti entro il termine di scadenza del presente bando, oltre il requisito di ammissione, in considerazione del seguente punteggio:
    punti 2 per ogni seconda laurea in discipline sanitarie (max punti 2);
    • punti 1 per ogni master attinente il profilo professionale richiesto di durata almeno annuale (max punti 3);
    • punti 0,50 per ogni corso di perfezionamento universitario attinente il profilo professionale richiesto di durata almeno di sei mesi (max punti 2);
    Si stabilisce altresì che ai candidati in possesso di laurea magistrale in Scienze infermieristiche ed ostetriche utilizzata come requisito di ammissione al presente concorso sarà assegnato in automatico dal sistema un punteggio di 1 punto rispetto ai candidati che sono in possesso soltanto della laurea triennale.c) pubblicazioni e titoli scientifici (max 2 punti)
    • pubblicazioni su riviste nazionali ed internazionali attinenti al profilo professionale messo a concorso – punti 1 per ogni pubblicazione (max punti 2)

Leggendo la griglia possiamo osservare che già di per sé i titoli non sono valutati alla giusta maniera. Laurea Magistrale, che in realtà nel mondo universitario, rappresenta un titolo maggiore rispetto ad un master, 1 punto (esattamente come un master), che in realtà richiede solo un anno di presenza e non due come la laurea magistrale. Tanto conviene fare in 2 anni, due master (2 punti) piuttosto che una laurea magistrale (1 punto). Il dottorato di ricerca non viene nemmeno preso in considerazione in questa valutazione, questo ci fa capire quanto le direzioni aziendali considerano il percorso universitario dell’infermiere (detta da alcuni: Dottorato di ricerca? L’infermiere che vuole ricercare?). Pubblicazioni? Puoi aver fatto anche 100 pubblicazioni, a livello internazionale, eppure sempre 2 punti ti danno.

Allora ci chiediamo, ma cosa è servito frequentare master, laurea magistrale o dottorati se poi alla fine non hanno valenza? L’Italia, è l’unico paese, dove ancora non sono riconosciute le competenze specialistiche, dove si fa poca ricerca, eppure di potenzialità ne ha tante. Tanti professionisti si aggiornano, al di là dei corsi ECM, studiano per diventare sempre più specializzati, perché non dar loro il giusto riconoscimento sociale, retributivo e lavorativo?

Bibliografia

  1. Decreto legge 502/92. Avaible su www.anmdo.org
  2. Decreto Del Ministero della Sanità, 739/94. Regolamento concernente l’individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell’infermiere. Avaible su www.ateneonline.it
  3. Legge 42/99. Disposizione in materia di professioni sanitarie. Avaible su www.hoepli.it
  4. Legge 43/2006. Disposizioni in materia di professioni sanitarie infermieristiche, ostetrica, riabilitative, tecnico-sanitarie e della prevenzione e delega al Governo per l’istituzione dei relativi ordini professionali”. Avaible su www.parlamento.it