Sull’argomento l’opinione è spaccata in due: c’è chi lo approva e chi mostra estrema diffidenza.

Ultimamente si è sentito parlare spesso, nei forum, nei gruppi social, nel contesto lavorativo sanitario, di quest’argomento. Il metodo Knutson, ha creato una separazione netta tra: chi, avendolo sperimentato in maniera più o meno consona, lo approva; e chi, rimanendo sul filone degli ultimi progressi scientifici e delle innovazioni tecnico-sanitarie nel settore del Wound Care, è più scettico e quindi lo rifiuta.

Ma andiamo step-by-step…

  • In cosa consiste il metodo Knutson?

Definito anche come “Preparato di Knutson”, quest’ultimo consiste nell’applicazione di zucchero (o miele) e iodiopovidone sull’ulcera da pressione. Lo zucchero granulare, essendo una sostanza iperosmolare agisce sui tessuti devitalizzati richiamando liquidi ed effettuando uno sbrigliamento dei tessuti necrotici con un’elevata velocità se paragonato ad altri materiali.

  1. Ha un’azione battericida e batteriostatica nei confronti dei batteri presenti sul fondo di ferita, inoltre ha un’azione eutrofizzante sui tessuti. La nota azione antibatterica del miele è dovuta alla sua elevata concentrazione zuccherina, al pH acido, alle sostanze battericide e antibiotiche e all’azione del glucosio-ossidasi contenuto. Questo enzima, inattivo nel miele puro, in soluzione si attiva, trasformando il glucosio in acido gluconico e acqua ossigenata. La presenza di iodiopovidone agisce come antibatterico, antimicotico e antivirale operando quindi con un ampio spettro d’azione.
  • Chi ha introdotto questa tecnica?

Il dottor Richard Knutson, chirurgo ortopedico del Delta Orthopedic Center di Greenville in Mississippi, effettuò una ricerca che durò cinque anni (dal gennaio 1976 all’agosto 1980) in cui analizzò i risultati ottenuti su 605 pazienti affetti da lesioni cutanee di varia etiologia infette, resistenti alle terapie convenzionali, con una guarigione completa nel 98% dei casi. Il risultato di questi studi si è rivelato estremamente significativo soprattutto se riferito alla rapidità di sbrigliamento del tessuto necrotico, alla velocità di riempimento del tessuto mancante, alla riduzione delle situazioni di colonizzazione e sovrainfezione e ai ridotti tempi di guarigione.

Dalla metà degli anni ’50 molti batteriologi dimostrarono con esperimenti di laboratorio che il miele ha proprietà antibiotiche ed antifungine. Ad esempio, il dottor W.G.Sackett, batteriologo presso il Colorado Agriculture College di Fort Collins, verificò l’attività antibatterica del miele su germi che causano il tifo, la dissenteria, su pneumococchi, stafilococchi, ecc. Senza alcuna eccezione, tutti i batteri furono uccisi nel giro di alcuni giorni in seguito all’esposizione al miele e molti addirittura dopo poche ore.

Nel 1966, la comunità scientifica si stupì dei risultati ottenuti da un’infermiera di un ospedale di Bristol in Inghilterra, che aveva medicato con il miele alcuni pazienti affetti da ulcere da decubito e da infezioni dei monconi d’amputazione, resistenti ai trattamenti standard, portandoli a guarigione. Nello stesso periodo, sanitari Arabi ed Ucraini riferirono che il miele era stato utilizzato con successo per curare infezioni dell’orecchio, del naso, della gola, della pelle, degli occhi e delle vie urinarie. Medici tedeschi trovarono che il miele mescolato con un anestetico locale, la procaina, era estremamente efficace nel trattamento dell’Herpes Zoster.

Questi e molti altri sono gli svariati esempi di questa metodica. Ad approfondire questo discorso vi sono stati alcuni studi (DATATI) al riguardo:

  • “Use of sugar and povidone-iodine to enhance wound healing: five year’s experience.”, pubblicato sul Southern Medical Journale e su Pubmed, proprio dal dott. R.A. Knutson l’1 novembre 1981.
  • “A controlled model of moist wound healing: comparison between semipermeable film, antiseptics and sugar paste.”, pubblicato sul Journal of Experimental Pathology (Oxford), dal dott. H. G. Archer nel 1990.
  • “Critical evaluation of cadexomer-iodine ointment and povidoneiodine sugar ointment.”, pubblicato sul Int. J. Pharm. /Pubmed, dal dott. Noda Y. e Fujii K. nel 2009.

Studi osservazionali e di validazione più recenti non sono stati eseguiti e questo induce ad una conclusione molto semplice: sebbene vi siano casi che dimostrino la potenziale utilità della tecnica, quest’ultima non è stata ancora avvalorata e di conseguenza non dovrebbe essere usata da parte dei vari professionisti. Anche perché:

  1. Vi sono innumerevoli materiali d’ultima generazione (idrocolloidi, idrogel, schiume di poliuretano, medicazioni a base di collagene, alginati e sali d’argento) e linee guida all’avanguardia che ci guidano passo dopo passo nel percorso di gestione delle LDP;
  2. Cosa ancor più importante, la L. Gelli-Bianco, e in particolar modo l’art. 5 riporta che “Gli esercenti le professioni sanitarie,  nell’esecuzione  delle prestazioni  sanitarie con finalità preventive, diagnostiche, terapeutiche, palliative, riabilitative e di medicina legale, si attengono, salve le specificità del caso   concreto, alle raccomandazioni previste dalle linee guida pubblicate  ai  sensi  del comma 3 ed elaborate da enti e istituzioni pubblici e privati nonche’ dalle società scientifiche e dalle associazioni tecnico-scientifiche delle professioni sanitarie iscritte in apposito elenco  istituito  e regolamentato con decreto del Ministro della salute, da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, e da aggiornare con cadenza. In mancanza delle  suddette raccomandazioni, gli esercenti le professioni sanitarie si  attengono alle buone pratiche clinico-assistenziali”. In aggiunta, il comma 3 del suddetto articolo stabilisce “Le linee guida e gli aggiornamenti delle stesse  elaborati dai soggetti di cui al comma 1 sono integrati nel Sistema  nazionale  per le linee guida (SNLG), il quale e’ disciplinato nei compiti  e  nelle funzioni con decreto del Ministro della salute,  da  emanare,  previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo  Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, con la procedura di cui all’articolo 1, comma 28, secondo periodo, della legge 23 dicembre 1996, n. 662, e  successive modificazioni, entro centoventi giorni dalla data di entrata in vigore della  presente legge. L’Istituto superiore di sanità pubblica nel  proprio  sito internet le linee guida e gli aggiornamenti delle stesse indicati dal SNLG, previa verifica della conformità della metodologia adottata a standard definiti e resi pubblici dallo stesso Istituto, nonché della rilevanza delle evidenze  scientifiche  dichiarate  a  supporto delle raccomandazioni.

In conclusione con quest’articolo non ho voluto certamente muovere critica a coloro che sono contro, o favoreggiare chi appoggia questa pratica, ma semplicemente dare una maggior delucidazione sull’argomento.

Pasquale Fava