L’esperienza di un infermiere alle prese con l’assistenza territoriale.

Martedì 20 novembre 2018, ore 10: apro gli occhi. Dopo una giornata unica e indimenticabile, mi sveglio nel mio letto. Da oggi sono ufficialmente un infermiere. Dopo 16 anni, ho finalmente finito il mio percorso di studi. Basta libri, esami, notti di studio e ansie pre-esame. Bello… Anche se so che nel mio lavoro non si smette mai di imparare e di studiare: la medicina va avanti e io non mi posso permettere di rimanere indietro.

Ma in mezzo alla gioia di questo traguardo mi assale un pensiero: “E adesso cosa faccio della mia vita?”. Durante gli anni di università ho avuto alcuni momenti difficili, molti ripensamenti, e gli infermieri esauriti non hanno fatto altro che demotivarmi e farmi odiare quello che facevo. Ma ora sono laureato, finalmente sono infermiere e, come per tutti, ora è il momento fatidico di cercare un lavoro.

Stampo qualche copia del mio curriculum e lo porto in alcune agenzie di assistenza domiciliare presenti sul mio territorio. Invio i cv ad alcuni ospedali privati. Purtroppo i concorsi pubblici sono appena terminati, quindi le possibilità di trovare un impiego nel breve termine si riducono drasticamente.

Mercoledì 21 novembre 2018. Al mattino mi sveglio presto, vado alla sezione Opi di Milano per iscrivermi. Alle 10 sto firmando mille fogli per potermi iscrivere all’Ordine. Il telefono inizia a squillare, lo silenzio: ORA NON È IL MOMENTO!

Finisco l’iscrizione all’ordine e richiamo questo numero sconosciuto. Mi risponde una voce maschile squillante che mi dice: “Signor Garelli, sono X dell’agenzia di assistenza domiciliare Y. Oggi pomeriggio vorremmo incontrarla per farle un colloquio”. Per quel giorno avevo una serie di impegni, tutti annullati. Torno a casa di corsa, mi cambio e vado al colloquio. Sembrano essere contenti.

Venerdì 23 novembre, ore 11. Il telefono squilla, rispondo e sento: “Signor Fabio, l’abbiamo assunta!”. Mi hanno offerto un contratto come infermiere domiciliare. Son contento, super emozionato, tutto mi sembra così strano, quasi non ci credo. Ma poi penso: “Io non so nulla di assistenza domiciliare. In università, oltre a tirocini in ambito ospedaliero, non ho fatto altro. E a lezione non ne abbiamo mai parlato molto”.

Martedì 4 dicembre. Si comincia. Inizio quattro settimane di affiancamento: mi si apre un mondo, un mondo tutto nuovo! Chissà se sarò all’altezza di questa sfida?

Domenica 13 gennaio 2019. Ormai è un mese che lavoro come infermiere domiciliare. È un’esperienza nuova, diversa dall’ambiente ospedaliero, ma molto umana: ti fa entrare in intimità col malato. Le giornate iniziano coi prelievi al domicilio: si parte alle 7. Una volta terminati, si consegna il tutto al centro prelievi ospedaliero. Non esistono seconde opportunità. Sono da solo a fare il prelievo e non posso chiedere aiuto al mio collega, se non riesco a trovare la vena.

Dopo i prelievi, inizio il giro dei miei pazienti, dislocati sul territorio. Sono io che vado a casa loro. Io sono l’ospite, quindi devo adattarmi ai loro usi e costumi. Attenzione, questo lavoro nuoce gravemente alla salute: alle ore 9 del mattino ti ritrovi già con almeno tre caffè in corpo; rifiutare sarebbe scortese!

A casa dei pazienti mi ritrovo a gestire sondini, flebo, terapie sottocutanee e intramuscolo, cateteri vescicali e molte medicazioni complesse. Ecco, sul territorio impari davvero a gestire una lesione, a vederla migliorare o peggiorare, e ragioni davvero su come potresti agire. Nel mio lavoro non mi ritrovo a dover fare l’igiene dei pazienti. Per quello esistono gli Oss domiciliari.

In queste settimane mi sono reso conto che l’igiene del paziente in ospedale comporta davvero un dispendio di tempo immane. Tempo che potrebbe essere utilizzato per garantire maggiore assistenza e maggiore educazione al paziente. Sì, è vero, dopo un po’ le azioni diventano routinarie, ma il bello di questo lavoro è la relazione umana coi pazienti e i loro famigliari. Una parola, a volte, è meglio di mille prestazioni assistenziali.

Nel mio lavoro l’educazione è il fulcro di tutto. I pazienti non hanno un infermiere h24 sempre pronto ad aiutarli, bisogna educarli ad agire in autonomia per far loro raggiungere la piena autonomia. Sul territorio non si è soli. Anzi, da un certo punto di vista si è maggiormente connessi coi colleghi infermieri e con le altre figure sanitarie: il medico di base è in contatto quotidianamente con l’infermiere, e assieme decidono come garantire una migliore assistenza al paziente.

Florence Nightingale, a Pasqua del 1889, dichiarò che la missione delle cure infermieristiche è quella di curare le persone nei propri ambienti di vita. E anche l’Oms, nel 1978, sostenne come sia importante che la salute si completi e contempli fuori dagli ambienti ospedalieri. I malati sul territorio risultano maggiormente sereni nei loro ambienti di vita, tra le loro mura di casa, coi loro cari sempre al fianco. L’assistenza territoriale si sta sviluppando in questi anni, e nella mia breve esperienza posso dire che si tratta di un’esperienza molto appagante, che porta a un livello superiore il lavoro di infermiere.

Fabio Garelli