Un collega del Suem si racconta. E risponde per le rime a chi sminuisce il nostro lavoro.

Io con gli elicotteri gialli ci giocavo da bambino. Li facevo ondeggiare per tutta la casa, correndo dappertutto. Mia madre mi spiegava che erano elicotteri da soccorso, una specie di ambulanze volanti, con dentro medici, infermieri, piloti e il quasi morto passeggero aiutato.

Mi inventavo rocambolesche cadute dagli alberi di soldatini di plastica trovati nei sacchetti di patatine per poi soccorrerli con i miei elicotteri gialli. Mi accorgevo che due soldatini non ci stavano nella cabina e allora sceglievo quello più grave, ancora vivo, e lasciavo sotto alla vecchia betulla quell’altro, per il secondo giro.

A distanza di quarant’anni, con quegli elicotteri non gioco più. Perché ora ci salgo sopra, vestito di rosso, attrezzato, in divisa e col sangue freddo. Non puoi permetterti di averlo caldo.

Sono un’infermiere del Suem e vado a raccogliere pezzi di uomo, pezzi di corpo, pezzi di vita, frantumata in pochi istanti e da ricomporre velocemente. Non c’è tempo, non c’è mai abbastanza tempo in un elicottero giallo. Sembra che l’aria sia un muro insuperabile e le pale girino sempre troppo piano. Bisogna fare presto.

Ma se non esistessero gli elicotteri gialli, non potrei salvare alcuna vita, nemmeno la mia, che dipende da questo magnifico lavoro. Ho studiato, mi sono laureato, specializzato, masterizzato, sono diventato esperto in area critica, in wound care, in case manager, coordinatore del mio gruppo, professore universitario, pilota di elicotteri. Ma qualcuno ci definisce solo infermieri, categoria dei “senza voglia di studiare”, degli operai della carne, degli “spingitori di carrelli”, “punturatori di natiche”, “fanatici salvatori di vite”….

Noi le salviamo davvero, le vite. Con i nostri medici umani. Questa magnifica ossessione del salvare vite me l’ha trasmessa mio padre. Era un medico umano. Di quelli che ti avvolgevano con le mani a materasso e le braccia grosse grosse e muscolose e tu ti potevi sentire al sicuro, già salvo, abbandonandoti all’istante, mentre ti prendeva.

Il suo pensiero, sull’umanizzazione delle cure, non è nato da sterili teorie imparate sui libri. Gli apparteneva fisicamente e gli era necessario come l’aria che respirava. Lo aveva concepito, era dominante in lui.  E me l’ha trasmesso con il suo Dna, come lo sgomento per non poter incidere sugli eventi catastrofici, in cui non puoi deprimerti se non riesci a salvare vite.

Mio padre mi ha tramandato una specie di energia dirompente, mai vista prima. Era come se fornisse a ogni suo respiro, semplicemente per il fatto di esistere, quell’energia che attraversa i confini dell’impossibile.

Ma quando andai a prenderlo sul ponte, il giorno in cui il buio si impossessò dei suoi occhi, una domanda mi cadde nel cuore in maniera così forte che potei sentirne il tonfo. Perché proprio a lui? Quanta terribile iniquità c’è nel mondo. Ricordo solo che una fitta mi partì dall’anca e mi arrivò fino al cervello. Lo caricammo sull’elicottero giallo, ma non c’era più nulla da fare.

Fanni Guidolin