Nursind Piemonte: “Il problema del sovraffollamento non si risolve con i pronto soccorso privati”

“Giù le mani dal pubblico!”. È questo il messaggio lanciato dal sindacato con la seguente nota stampa, a firma di Francesco Coppolella (segreteria di Torino), che riceviamo e pubblichiamo.

È consuetudine che cittadini e operatori debbano subire sulla propria pelle il fenomeno dell’iperafflusso nei pronto soccorso in alcuni periodi dell’anno, con l’arrivo dell’influenza e del freddo. La mancanza di posti letto (ricordiamo che negli ultimi anni sono stati chiusi circa 2mila posti letto in Piemonte) e la carenza di risposte extraospedaliere, presentano sempre il solito scenario. Ore interminabili di attesa, barelle che terminano e ambulanza ferme, stazionamenti per giorni in attesa di un ricovero, con tutti i rischi e il caos che ne conseguono e che tutti noi siamo purtroppo abituati a vedere. Non bastano gli interventi che ogni azienda tenta di adottare (chi meglio, chi peggio) per arginare le criticità, che spesso possono complicarsi notevolmente, mettendo a rischio operatori e utenti. I piani per tamponare l’iperafflusso che ogni azienda mette in atto, infatti, sono sempre orientati a tamponare le criticità, e non risolverle. Ci pare che la risposta al sovraffollamento non possa essere quella di aprire nuovi pronto soccorso che trattino solo alcune specialità, da destinare ai privati, poiché le cause dell’iperafflusso sono ben altre. All’utilizzo improprio dei pronto soccorso da parte dei cittadini, che complicano ulteriormente la situazione in questi particolari periodi dell’anno, tenendo anche conto, però, che spesso l’accesso improprio non trova risposte altrove. Una percentuale rilevante di persone che si recano in pronto soccorso in questo periodo è costituita da persone anziane, molti di loro provenienti anche dalle Rsa, affette da patologie croniche che si riacutizzano e necessitano pertanto di cure e molto spesso di un ricovero. Un posto letto è decisamente difficile poi da liberare nel breve tempo per dare spazio ad altri ricoveri. I pochi posti in più messi a disposizione dalle aziende, infatti, non sono assolutamente sufficienti e vanno spesso a impattare negativamente sulle liste di attesa chirurgiche. Sono molti gli anziani che riempiono i pronto soccorso in attesa di ricovero. Anziani che aspettando un posto letto hanno comunque necessità di cure e assistenza, ed è così che i pronto soccorso diventano dei veri e propri reparti di degenza. La problematica, ed è da anni che se ne parla, va affrontata a monte. Gli anziani vanno curati a casa. Gli interventi sulle cronicità vanno fatte sul territorio. Servono più strutture territoriali pubbliche che garantiscano la continuità assistenziale. Serve incrementare la domiciliarità. Abbiamo bisogno di costruire percorsi diversi, affidati agli infermieri, e servizi che si occupino dei codici a bassa priorità con personale e strumenti adeguati. Questo è il futuro, ed è su questi aspetti che bisogna investire. Bisogna sconfiggere la malattia, e non curare i sintomi. D’altronde è fatto risaputo che questa condizione di salute, dettata da un incremento della popolazione anziana e da una condizione psico-sociale, non potrà che peggiorare. Gli infermieri, in questo ambito, possono avere un ruolo determinante nella costruzione di percorsi che sono non più rinviabili. È assurdo che per queste situazioni, ampiamente prevedibili da anni ormai, gli operatori sanitari siano costretti a operare in certe condizioni. Inoltre i pronto soccorso, come detto, sono spesso frequentati da persone con forti disagi psico-sociali, che stazionano costantemente all’interno delle strutture con richiesta di interventi, cure e assistenza. In condizioni di iperafflusso, questo è un ulteriore elemento che complica la situazione che già in condizioni normali crea notevoli problemi. Da non sottovalutare, inoltre, il forte incremento delle aggressioni verbali e fisiche nei confronti degli operatori sanitari, che in questi periodi si fanno sentire maggiormente. I cittadini, in queste situazioni, addebitano spesso la responsabilità delle lunghe attese o delle giornate sulle barelle al personale sanitario, nonostante lo stesso sia vittima della condizione. Fenomeni, questi, che necessitano di risposte differenti. Servono risposte organiche e strutturali. Va data una risposta alle cosiddette fragilità e va aggredita la malattia dando risposte appropriate. Redazione Nurse Times  
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