Riceviamo e pubblichiamo l’articolo di Bernardino Tomei in risposta al nostro articolo dal titolo Perché continuare a formare Infermieri se il mercato è ormai saturo?

Leggendo l’articolo pubblicato lo scorso 28 Dicembre dal collega Gussoni dove viene analizzato in pochi passaggi quello che sarebbe il “mercato saturo” dell’infermieristica, ho sentito il bisogno di scrivere qualcosa di più che un commento da social e seppur condivida in parte l’analisi fatta nell’articolo dissento in modo totale nel senso generale del discorso che è poi riassunto nel titolo dell’articolo.

E quindi se in un dialogo a due si dovesse rispondere alla domanda iniziale, questa risposta potrebbe essere un buon punto di partenza per  un discorso un minimo più articolato e allora alla domanda “Perché continuare a formare Infermieri se il mercato è ormai saturo?”, la risposta in una battuta sarebbe di poche parole e suonerebbe più o meno così: “per non alzare bandiera bianca”.

Abbiamo però appena scritto che sarebbe seguito un qualcosa che sia meglio argomentato e quindi non mi sottraggo ad un minimo di analisi.

Nell’articolo si inizia citando il lavoro della Joint Action riguardo quelli che sono i fabbisogni formativi di una professione in netto affanno riguardo a quello che sono le esigenze del mercato, questo almeno è il ragionamento alla base, seguono tutta una serie di considerazioni e citazioni che sono una presa d’atto di fatti e dati che sono inconfutabili (in parte condannabili, vedi le scandalose retribuzioni orarie) e che costituiscono la parte condivisibile dell’articolo.

Tuttavia a tutto ciò conseguono delle domande e delle considerazioni che sinceramente mi lasciano perplesso perché in parte contrastano con il resto del ragionamento, su tutte però la considerazione/domanda insita nel titolo sul “mercato saturo”.

Mi permetto a questo punto di aggiungere qualche dato a quelli già citati nell’articolo.

Nell’altrettanto recente rapporto OCSE “Health at the Glance – OECD Indicators” molto significativi sono alcuni dati.

Il primo è relativo al rapporto tra popolazione ed infermieri, l’Italia con 6.1 inf. per 1000 abit. si colloca nella parte più bassa della classifica ben al di sotto della media “OCSE 34” di 9.1 inf. per 1000 abit., se questo dato si confronta con il rapporto dei medici con la popolazione 3.9 med. per 1000 abit. al di sopra  della media “OCSE 34” di 3.3 med. per 1000 pop1 ci si rende facilmente conto come ancor più svantaggioso diventi infine il rapporto tra infermieri e medici pari ad 1.5 contro una media “OCSE 34” di 2.8 dato che pone il nostro paese nella parte più estrema verso il basso di questa  classifica.

Già questi primi dati danno un’idea di risposta quanto meno al dubbio sul mercato del lavoro saturo, se vogliamo continuare a considerare il nostro paese tra i paese cosiddetti “sviluppati”, “occidentali” o come si vuole.

A corollario però di quanto appena visto, nello stesso rapporto viene preso in considerazione anche il numero degli infermieri che ogni anno si laurea, e veniamo quindi al punto.

Nel 2013 in Italia ogni 100000 abitanti si sono laureati 23 neo-infermieri, la media “OCSE 34” è di 47 laureati ogni 100000, non credo servano commenti a riguardo.

Se poi si entra nel dettaglio di alcuni di questi dati (rapporto tra infermieri/popolazione ad esempio) è molto facile riscontrare come all’interno del contesto nazionale in molte regioni si va ben al di sotto dei dati medi nazionali che come appena visto sono già ben al di sotto della media OCSE, ma anche nelle regioni meglio posizionate a riguardo con percentuali sopra la media nazionale si rimane al di sotto della suddetta media OCSE.

I dati citati nell’articolo su inattivi e di disoccupati (al 31/12/2014 di 408.074  il 5% è inattivo e il 4% è in cerca di occupazione) sono gli stessi che emergono tra le varie relazioni all’interno della Joint Action, ma se il dato viene confrontato con quello degli altri professionisti sanitari questo si fa impietoso per questi ultimi e se considerato nel contesto economico (dove ad esempio la disoccupazione generale e non di categoria nello stesso periodo è almeno doppia) ci si rende conto molto facilmente come la lettura del dato non sia poi così appropriata.

Inoltre se si analizzano anche altri lavori all’interno della Joint Action si può vedere come le proiezioni future non possono non prevedere  che una crescita in termini numerici della categoria come semplicissima risposta a quelle che sono richieste che giungono da più fronti.

Tornando quindi al punto di partenza mi sembra abbastanza scontata la risposta, e quindi premesso che per quanto detto sinora va rigettato in modo totale il fatto che il mercato sia saturo, assolutamente è un obbligo continuare a formare Infermieri.

Ma per capire che il mercato non sia saturo oltre che leggere i numeri su citati che rappresentano nient’altro che la prova provata di una situazione, basterebbe farsi una passeggiata in un pronto soccorso durante il periodo in cui scriviamo, basterebbe prendere in mano i turni e le dotazioni di molti  reparti e/o servizi in moltissime realtà.

Potremmo quindi considerare il “mercato infermieristico” saturo quando vivremo all’interno di  contesti in cui i reparti e/o servizi non chiudono o vengono accorpati non per “razionalizzare” per mancanza di personale (bisognerebbe iniziare di nuovo a chiamare le cose con il proprio nome) molto spesso infermieristico, quando interi settori di ospedali nuovi di pacco non rimarranno più chiusi sempre per la suddetta carenza, quando i malati non saranno più ammassati come bestiame in pronto soccorso che non sono in grado di drenare l’utenza per molte ragioni alcune delle quali legate alla carenza di personale e con gli esempi si potrebbe andare avanti a non finire.

Fin tanto invece che i numeri su citati rimarranno tali non solo rimarremo lontani dalla saturazione del mercato ma anche da standard che sono gli standard da paesi sviluppati.

Sono ugualmente convinto che attorno a molti aspetti della professione oggi andrebbe lanciata una grande, importante campagna che sia prima di tutto un’operazione “verità” e quindi concordo pienamente quando si scrive che agli studenti che si approssimano al percorso universitario vadano dette realmente come stanno le cose e nel mondo del lavoro ma sopratutto nel mondo nel quale si apprestano ad entrare, quello universitario,  ma anche una campagna che sostenga nuovi modelli dove l’infermiere sia meglio rappresentato numericamente ma sopratutto protagonista.

In conclusione credo che se l’attenzione del sistema sanitario deve rimane puntata realmente verso l’utente si dovrà prima o poi prendere atto realmente della situazione e sviluppare politiche volte a nuovi modelli che se basate su evidenze studi e numeri non potranno essere di chiusura  ma piuttosto di apertura ed espansione della professione.

Bernardino Tomei