Il Senso del Tumore per la Vita. E’ il titolo che Paolo Colonnello, cronista di razza, dedica alla sua esperienza come paziente all’Istituto dei tumori di Milano. Numerosi i premi importanti nel suo carniere.

Un viaggio che dura un anno, una battaglia da vincere o perdere verso una rara forma di tumore. Malinconia, coraggio, spavento, ironia.

Tanti i registri di una narrazione che viene scandita dal contrappunto del jazz. E ciò in un viaggio di trasformazione. Un viaggio che ha i ritmi del respiro dell’uomo e degli strumenti.

E poi ci sono i personaggi, medici, infermieri e pazienti, ognuno con il proprio ruolo a sfilare sul palcoscenico della vita.

Paolo, classe 1960, quasi tutte le mattine indossa pantaloncini e t-shirt.

E’ più attento alle sue cartilagini e al fiato piuttosto che a tenere un ritmo di marcia. Corre verso Parco Forlanini, l’oasi dei runner per chi vive nella zona est di Milano.

Scenario simile quasi ogni giorno. Giardini di piazza Leonardo, dove si affaccia la scuola elementare frequentata da bambino. Si attraversa il Politecnico. Quindi si costeggia l’ombrosa via Celoria tra le facoltà di Veterinaria e l’ ospedale Besta, e in lontananza i padiglioni dell’ Istituto dei Tumori.

Una struttura cosi perfetta, cosi accogliente che sembra quasi un albergo, tanto che i Milanesi lo hanno già soprannominato l’Hotel Venezian.

Ha gli occhiali da sole Paolo mentre accelera la sua corsa. E anche il volume degli auricolari, per non far vedere lo sgomento che quei trecento metri di strada gli strappano ignaro che da li a pochi giorni dalla sua ultima corsa. Sarà lui stesso ad attraversare la hall dell’Hotel Venezian.

Diagnosticata una rara forma di sarcoma all’intestino ecco che comincia la nuova vita di Paolo: inviato e capo della redazione milanese del quotidiano “La Stampa”, marito, padre di tre figli e sassofonista.

Un uomo come tanti. Che come tanti ora si trova a dover affrontare un altro aspetto della vita. Quello di paziente del reparto “rari e stravaganti”, si perché, come si legge nella presentazione, “qua se non sono speciali non li vogliamo”.

Comincia quindi il match di Paolo. Tra una personalità che vuole lottare a tutti i costi e i momenti di sconforto normalmente palesati dall’incognita del proprio destino.

“Percepisco che la vita normale sta per essere annientata da una vita parallela e angosciata. E’ così che si comincia a morire, ben prima che il tumore ti uccida”.

E poi c’ è la musica, il suo sassofono. Anche senza forza e fiato, continua a suonare, una sorta di metafora, un inno alla vita.

Il susseguirsi di pazienti, medici e infermieri, ognuno con la sua storia, il suo carattere, la sua ironia e la sua umanità. Gli amici che passano, che cambiano come il suo corpo trasformato dalla chemioterapia e dall’uso del cortisone.

Un crescendo di note e di episodi che ti trascinano in un vortice di emozioni in grado di trasportarti in un’altra dimensione. Quella che potrebbe raggiungere chiunque. E c’è chi si dispera, chi prende a calci la vita, chi urla la sua rabbia. C’è poi chi si arrende alla sorte e chi, come Paolo, ne trova un senso.

“Non ha alcun significato la malattia se non la riempiamo di contenuti e non riusciamo a trasformarla in opportunità. E’ solo una sfortuna suprema, un essere ricondotti alla nostra caducità. Uno schiacciamento al terreno che ci può lasciare a terra senza fiato per il pianto. Ma per quanto mi riguarda, anche se ne ho sinceramente ancora paura, il tumore è come se avesse avuto un suo senso per la vita”.

Francesca Perego – Infermiera