L’episodio risale a cinque anni fa. In quattro sotto accusa per lesioni colpose gravi.

Per l’igiene personale di un paziente disabile non autosufficiente qualcuno utilizzò dell’acqua bollente, provocandogli delle serie ustioni alle cosce e alle parti intime. Con l’accusa di lesioni colpose gravi sono a processo quattro imputati (una dottoressa, due operatrici e un operatore socio-sanitario), tutti in servizio all’epoca dei fatti in una clinica privata del Riminese. L’inchiesta non è stata in grado di circoscrivere il momento dell’incidente: dal dibattimento ci si aspetta che emergano le eventuali responsabilità individuali. È la ragione per la quale l’allora giudice per le indagini preliminari Fiorella Casadei negò la richiesta di archiviazione della Procura e dispose l’imputazione coatta per tutti coloro che avevano avuto a che fare con il paziente tra le 21 del 4 novembre 2014 e le 14:30 del giorno successivo. Nel pomeriggio il paziente (dopo che il dermatologo esterno chiamato dalla struttura riminese diagnosticò una “ustione da contatto acuto di secondo e terzo grado profondo di scroto-genitali-perianale”) fu trasferito d’urgenza all’ospedale Bufalini di Cesena. Il personale della clinica inizialmente ipotizzò che le lesioni fossero state determinate dalla reazione caustica del liquido del clisma. Poi – come ha ricordato in aula il responsabile della struttura – da una infezione batterica. I successivi accertamenti hanno invece portato a ritenere più probabile la tesi dell’utilizzo inappropriato di acqua a temperatura molto elevata, con ogni probabilità impiegata nel corso delle operazioni di igiene. Non è emerso, però, chi abbia commesso l’errore, tanto che il capo d’imputazione ipotizza che il responsabile “sia uno o più di loro, agendo separatamente o in cooperazione colposa”. L’idea che un paziente così indifeso (ha 50 anni ed è ricoverato da quando è bambino per fare fronte a gravissime disabilità) possa essere stato bruciato con l’acqua bollente (le ustioni sono guarite dopo otto mesi e soffre di postumi permanenti) indigna i familiari: è come un bambino di sei mesi, non può di certo accusare qualcuno. La sorella, una riccionese di 45 anni, si è battuta per comprendere l’origine e la natura di quelle lesioni (ha in piedi una causa civile contro la clinica). Ieri, in aula, nel rispondere alle domande della pm onoraria Simona Bagnaresi, ha spiegato che il fratello «è sensibile al dolore e al fastidio, ma incapace di piangere e di parlare». Il processo riprenderà a marzo. Altre coinvolte nell’indagine, due infermiere che hanno scelto di essere giudicate con rito abbreviato (processo fissato a dicembre). Redazione Nurse Times Fonte: Corriere Romagna