Roma, la denuncia di un autista del 118: “Pazienti parcheggiati 8 ore in ambulanza”

Rilanciamo il racconto dello stato di emergenza Covid nella capitale reso al quotidiano Repubblica da un 40enne in servizio sui mezzi di soccorso dell'Ares. «Sono…

Rilanciamo il racconto dello stato di emergenza Covid nella capitale reso al quotidiano Repubblica da un 40enne in servizio sui mezzi di soccorso dell’Ares.

«Sono arrivato alle 14 – sbuffa Michele (il nome è di fantasia, ndr) – e c’erano undici ambulanze davanti a me. Mi stanno liberando ora». Sono scoccate da pochi minuti le 19 quando Michele, un autista 40enne in servizio da 15 anni sulle ambulanze dell’Ares, l’Azienda regionale emergenza sanitaria del 118, si rimette al volante per fare rientro alla postazione di partenza all’ospedale San Camillo di Roma.

È l’ultimo tragitto di giornata, prima di staccare il turno. A quell’ora. nel piazzale che guarda l’ingresso del Triage per casi Covid del Policlinico Gemelli, a Roma Nord, ci sono ancora dieci unità mobili ferme. I pazienti positivi aspettano a bordo di essere presi in carico dalla struttura sanitaria. L’attesa, in isolamento tra quattro pareti di lamiera, può durare anche
otto ore: questa diventa la soluzione obbligata per tenere in isolamento i positivi, prima che i medici possano compilare, insieme al personale del 118, la scheda di accettazione. Perché il sistema è sovraccarico.

«Si cammina ogni giorno sul filo per trovare un equilibrio tra entrate e
uscite»
, dice il professor Francesco Franceschi, direttore del Pronto soccorso del Policlinico Gemelli. Franceschi non nasconde la gravità della situazione: «Abbiamo 60 posti in pronto soccorso, di cui 30 riservati ai malati di coronavirus. Ieri (sabato, ndr), a inizio giornata, c’erano 41 positivi in attesa di ricovero, e fino alle 17 ne sono arrivati altri 40 su un totale di 54 pazienti trasportati in ambulanza. Quando superiamo gli 80 utenti andiamo in sofferenza. Gli spazi e il personale non sono infiniti».

Nonostante gli sforzi, mancano ancora posti letto negli ospedali. La curva sale. Il numero dei contagi, nel Lazio, ha raggiunto quota 1.687. «Se continua così­,­ reggiamo un mese», aveva rilevato qualche giorno fa l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato.

Il punto di caduta dell’emergenza è quello che osserva Michele dall’abitacolo della sua ambulanza: «Ho preso servizio alle 6:30 al San Camillo. Ho soccorso un paio di feriti lievi per incidenti stradali, poi sono tornato al San Camillo con un caso sospetto, che è stato inserito nel percorso febbre. Infine ho fatto l’ultima corsa verso il Gemelli, ma erano le 14. Adesso devo staccare»

.

Il buio è già calato su Roma. In 12 ore di lavoro Michele ha portato a termine solo quattro soccorsi. Come lui gli altri cinque autisti a bordo di altrettante ambulanze in turno alla postazione 118 al San Camillo. «Normalmente ne facciamo almeno dieci, vi assicuro ­- ripete Michele ­-. Mi ribolle il sangue a dover stare fermo ore, senza poter aiutare nessun altro».

Cosa succede durante l’attesa? «Accendiamo il riscaldamento per non far stare i pazienti al freddo. Ogni tanto vengono monitorati dagli infermieri, ma è una situazione assurda». Michele allude in modo particolare «ai positivi, come il 63enne che sono andato a prendere a casa al Trionfale: aveva iniziato ad avere un affanno respiratorio e il medico di famiglia gli ha consigliato di chiamare noi per farsi ricoverare».

L’uomo riesce a camminare. «Potevano farlo entrare subito nell’area di attesa Covid – accusa ancora Michele –,­ invece è stato sette ore chiuso in ambulanza, come se noi fossimo una propaggine dell’ospedale». A un certo punto, afferma l’autista, «il signore doveva andare in bagno: gli hanno dato una busta; vi rendere conto come stiamo messi?».

Il professor Franceschi non nega il problema: «Nelle ultime 24 ore­ il Gemelli ha ricevuto 54 ambulanze del 118, l’Umberto 124, il Sant’Andrea 20, come il policlinico di Tor Vergata. Serve una redistribuzione più equa dei pazienti. Altrimenti le ambulanze stanno ferme, perché l’equipe visita un paziente dopo l’altro, e capita che chi arriva dopo debba aspettare il suo turno a bordo. La presa in carico va fatta insieme al personale del 118: i malati non sono pacchi postali».

Redazione Nurse Times

Fonte: la Repubblica

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