È la ricetta dell’assessore alla Sanità, Ruggero Razza, sulla scia di quanto già avvenuto in Molise e in Veneto.

Portare nei pronto soccorso siciliani i laureati non specializzati attraverso i contratti di formazione lavoro. Ma soprattutto riportare in corsia i medici già in pensione. All’indomani dell’inchiesta di Repubblica sulla fuga dai pronto soccorso – all’ultimo concorso per 121 posti a tempo indeterminato si sono presentati solo in 101 – l’assessore regionale alla Sanità, Ruggero Razza, dà la sua ricetta contro l’emergenza in corsia.

Razza sta lavorando a una delibera di Giunta per consentire agli ospedali di utilizzare il personale in pensione, attraverso contratti a tempo determinato, come hanno già fatto Molise e Veneto: «Una soluzione che ci consentirebbe di far fronte ai disservizi». L’altra soluzione, quella di utilizzare i laureati non specializzati, passa invece attraverso una legge: «Abbiamo già chiesto, come Conferenza delle Regioni, di inserire una norma urgente nel Decreto Calabria che deve passare al Senato. La commissione ci ha detto che la inserirà nel nuovo Patto per la salute, ma non c’è tempo e torniamo a chiedere una norma d’urgenza».

L’idea di utilizzare medici militari, come in Molise, per il governatore Nello Musumeci, è invece una soluzione «estrema». Meglio puntare su pensionati e giovani laureati. Ma i non specializzati saranno pronti a lavorare in un’area d’emergenza? «Sarebbero affiancati da un medico di esperienza», dice l’assessore, che sottolinea come l’altra strategia per fermare la fuga di camici bianchi sia quella di continuare a bandire concorsi a tempo indeterminato: «Ne stiamo per bandire uno da circa 2mila posti per infermieri e assistenti socio-sanitari».

Ma la Regione chiede anche una rivisitazione del sistema di formazione. «Sono contrario al numero chiuso per Medicina – dice il Musumeci –. Dobbiamo consentire a tutti i giovani di potersi iscrivere, facendo una verifica sul profitto al secondo anno delle materie sostenute». Ma il guaio riguarderebbe soprattutto il post-laurea, con solo 8mila posti in tutta Italia per la specializzazione, a fronte di circa 12mila laureati. «Significa – dice Razza – che in circa 4mila faranno i medici di base, oppure saranno fuori dal mercato del lavoro».

Il guaio starebbe anche nella tipologia di specializzazioni scelte, «non in base alle necessità dell’assistenza», dicono dall’assessorato. E quindi, oltre ai medici di medicina d’urgenza, mancano anche radiologi, anestesisti, pediatri. «Le Regioni devono avere voce in capitolo sulle specializzazioni per le quali servono più borse di studio – dice Pucci Bonsignore, del sindacato Cimo. Trovo assurdo, per esempio, che a Palermo non ci sia la scuola di specializzazione in Medicina d’urgenza. In tutta Italia le borse sono state 150. Pochissime». Bonsignore, poi, dice di no alla proposta di Musumeci: «Abolire il numero chiuso a Medicina aumenterebbe il numero di laurea ti senza specializzazione».

Se ai concorsi per i pronto soccorso, anche a tempo indeterminato, i candidati non si presentano, secondo il medico e sindacalista Renato Costa, la colpa è invece del sistema di lavoro troppo stressante: «I medici ci sono. Ciò che va cambiato è l’organizzazione. Non è possibile che nelle tre principali aree d’emergenza ci siano 300 pazienti al giorno. L’assessore Razza dovrebbe attivare, come promesso, la medicina territoriale, con ambulatori aperti almeno 12 ore al giorno, che siano una alternativa tra medico di base e ospedal. Se il lavoro nei pronto soccorso fosse meno usurante, sarebbe più ambito: «Ci vuole un filtro che consenta di non affollare gli ospedali. Meno folla significa meno disservizi e una qualità di assistenza più alta».

Redazione Nurse Times

Fonte: la Repubblica