Riprendiamo dal sito del sindacato una dichiarazione del segretario generale Luca Marco Comellini.

Lunedì 1° luglio, il Comandante Generale dell’Arma dei carabinieri, generale Giovanni Nistri, con una comunicazione diretta al Cocer, ha reso noto che sulla questione dei pagamenti dell’iscrizione all’Albo professionale da parte dei militari esercenti le professioni sanitarie è allo studio dello stato maggiore della Benemerita “l’ipotesi di una disciplina transitoria per l’Arma, nelle more della definizione di una univoca regolamentazione in ambito amministrazione Difesa”.

Verrebbe da dire “finalmente!”. Ma se, per un verso, l’esperienza ci ha insegnato che sulle questioni che riguardano la Difesa, e in particolare la Sanità militare, occorre essere prudenti, dall’altro va anche detto che i vertici dell’Arma, e forse più in generale anche quelli della Difesa, seppure con notevole e ingiustificabile ritardo, si sono finalmente resi conto che anche il personale militare non sfugge agli obblighi previsti dalla Legge 3/2018 (Lorenzin).

Il problema dell’iscrizione agli Albi professionali del personale infermieristico e tecnico sanitario delle forze armate e delle forze di polizia a ordinamento militare non è nuovo. Infatti la questione è conosciuta e dibattuta dai vertici militari fin dall’entrata in vigore della Legge 43/2006, ma nonostante ciò, fino a oggi l’ambiguità delle disposizioni emanate al riguardo dagli stati maggiori ha involontariamente favorito l’insorgenza di situazioni di illegalità non più tollerabili.

Proprio l’esistenza di queste particolari situazioni, anche a seguito degli ostinati silenzi opposti alle nostre richieste di intervento indirizzate al ministro Elisabetta Trenta, ci ha spinto, lo scorso 12 marzo, a presentare all’attenzione delle magistrature competenti una dettagliata denuncia. La Legge Lorenzin è chiarissima nel dettare le disposizioni che devono essere osservate da tutti coloro che esercitano le professioni sanitarie infermieristiche, tecniche, della prevenzione e riabilitative, con particolare riguardo sia all’obbligo di iscrizione agli albi professionali sia al reato di esercizio abusivo di una professione.

A nostro avviso, quindi, non v’è alcuna valida ragione che possa suggerire l’adozione di regolamenti ad hoc per i soli militari e, a meno che non si voglia continuare a sostenere che gli infermieri e i tecnici sanitari militari sono differenti dai chi esercita le medesime professioni in ambito civile, sia la prospettata necessità dell’Arma di doversi dotare di disposizioni transitorie in attesa che la Difesa adotti un suo regolamento, sia quella della Difesa di adottare un regolamento univoco per l’amministrazione militare, appaiono del tutto incomprensibili.

Tuttavia la comunicazione del generale Nistri, in quanto Comandante Generale dell’Arma, proprio perché la legge c’è e quindi va semplicemente rispettata e applicata, ci fa sperare che almeno questa volta la volontà dei vertici militari di risolvere il problema abbia la meglio sulla mera necessità di dover mettere la solita toppa italica. Una pezza che, se malmessa, magari nell’attesa che il problema venga dimenticato o che intervenga qualche prescrizione, potrebbe rivelarsi peggio del buco.

Nel merito della questione della “tassa di iscrizione all’Albo professionale degli infermieri”, tardivamente sollevata dal Cocer – Sez. Carabinieri, sentiamo la necessità di precisare che questo aspetto è in realtà solo una parte del problema. Infatti, a prescindere da chi paga, il vero punto su cui si deve riflettere riguarda il ruolo in cui sono attualmente collocati gli infermieri e i tecnici sanitari militari. Ruolo che è generalmente inferiore a quello direttivo previsto per le corrispondenti figure professionali in ambito civile.

E chiaro, quindi, che oltre al puntuale rispetto della Legge Lorenzin per quanto già detto, con riferimento all’obbligo di iscrizione agli albi professionali, l’inquadramento nei ruoli direttivi delle forze armate del personale di cui discutiamo assume un carattere prioritario che l’amministrazione militare e il silente ministro della Difesa hanno il dovere di valutare, per poi, responsabilmente, chiedere al legislatore di provvedere a renderlo effettivo attraverso l’emanazione di una specifica norma che non può certamente essere di semplice natura regolamentare o transitoria, ma dovrà necessariamente essere collocata nell’ambito degli annunciati decreti legislativi correttivi del riordino delle carriere già varato nel 2017.

Ovviamente la complessità della questione in parola che il Sindacato dei Militari ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica, e conseguentemente dei vertici della Difesa e quindi della magistratura, richiede anche la massima condivisione di tutte le organizzazioni sindacali e sarebbe un gravissimo errore, sia per la parte politica che per la stessa amministrazione militare, se il confronto fosse limitato alle sole rappresentanze militari, che per loro natura e storia hanno sempre dimostrato una spiccata incapacità nel contrastare efficacemente le decisioni unilaterali dei generali. Decisioni che non hanno mai garantito quella doverosa tutela degli interessi della categoria di professionisti in argomento.

Siamo fermamente convinti che il pieno riconoscimento della dignità professionale del personale militare infermieristico e tecnico sanitario è possibile solo con il concreto collocamento dei professionisti interessati nel ruoli del personale direttivo delle forze armate e che questa soluzione, innegabilmente, potrebbe permettere all’amministrazione della Difesa di avere finalmente una sanità militare realmente dual use.

Per concludere, vogliamo anche ricordare al generale Nistri, e a qualsiasi altro generale o ammiraglio che sul punto voglia insistere con l’evitare il confronto con la nostra organizzazione sindacale, trincerandosi dietro la banale scusa della mancanza di un decreto ministeriale di assenso/riconoscimento rilasciato dal datore di lavoro (ministro Trenta), che in ogni caso l’opinione pubblica e le autorità giudiziarie, ma ancor prima la legge, ci hanno già da tempo riconosciuto come un soggetto giuridicamente esistente e quindi capace, come dimostrano i fatti di cui discutiamo, di incidere positivamente sui processi decisionali dell’amministrazione militare, nell’esclusivo interesse dei nostri iscritti.

Redazione Nurse Times

Fonte: Sindacato dei Militari