Lo studio condotto su tremila roditori dal National Toxicology Program non ha accertato se l’uso del cellulare influisca sull’insorgere del cancro.

Nemmeno il più lungo e costoso studio sull’argomento, recentemente effettuato dall’agenzia pubblica americana National Toxicology Program, ha fatto piena luce sul legame tra telefonini e cancro. Durata oltre 10 anni e costata circa 30 milioni di dollari, ha preso in esame la tecnologia dei cellulari 2G e 3G, ormai desueta, utilizzando tremila cavie tra topi e ratti.

I roditori oggetto della ricerca sono stati bombardati su tutto il corpo (mentre l’esposizione dell’uomo è limitata a una piccola porzione del corpo), con radiazioni tra 900 e 1.900 megahertz per 9 ore al giorno (10 minuti sì e 10 minuti no) e per un periodo massimo di due anni, gestazione inclusa. Sia per il wi-fi che per i cellulari con metodi di trasmissione più recenti non sono arrivate indicazioni utili: il tipo di radiazione non è confrontabile.

L’unica evidenza definita “chiara” riguarda un tumore maligno al cuore, aumentato del 5-7% nei ratti maschi che erano stati esposti alle radiazioni. Dati altrettanto nitidi non sono emersi né sulle femmine di ratto né sui topi. Si sa che il cancro può comportarsi in maniera diversa nei due sessi, ma per quanto riguarda questo studio le differenze sono rimaste inspiegate.

Nessuna evidenza certa, invece, per il tumore al cervello. Si è solo notato un leggero aumento dei gliomi, sempre nei ratti maschi. D’altro canto, le statistiche relative agli uomini negli ultimi anni, da quando i cellulari sono così diffusi, non registrano aumenti per questa malattia.

I soliti ratti maschi hanno mostrato anche un’incidenza leggermente superiore di cancro alle ghiandole surrenali. Paradossalmente, i ratti maschi che sfuggivano al cancro avevano poi una durata della vita nel complesso superiore alla media. L’esposizione alle radiazioni abbassava infatti l’incidenza di malattie ai reni, principale causa di morte fra i roditori anziani. Misteri della biologia, o forse della statistica.

Dati così incerti e al tempo stesso poco tranquillizzanti, uniti al fatto che i cellulari sono usati sempre più a lungo, spingeranno il National Toxicology Program a proseguire le ricerche. Nel frattempo l’agenzia consiglia di usare l’auricolare o il vivavoce e di limitare il tempo di utilizzo. Infatti, come si legge nel rapporto finale, “è sempre più insostenibile affermare senza ombra di dubbio che i telefonini sono privi di effetti”.

Già centinaia di test, partiti negli anni Novanta, avevano osservato che il cervello subisce un leggero riscaldamento. Anche alcuni aspetti del suo metabolismo sono modificati dalle radiazioni a bassa frequenza dei telefoni. Ma tutti gli studi sono stati condotti su cellule in vitro o su cavie. I censimenti e gli studi epidemiologici sugli uomini non hanno mai presentato motivi di allarme.

Insomma, per capirci qualcosa in più bisognerà iniziare nuovi test. Con la speranza che si concludano prima dell’arrivo della successiva generazione di telefoni, che dovrebbero avere frequenze più alte e meno penetranti.

Redazione Nurse Times

Fonte: www.repubblica.it