Qualche riflessione amarognola… sull’evidente ‘malfunzionamento’ delle nostre università, che confezionano professionisti sanitari infermieri troppo spesso ignoranti, inconsapevoli e pronti ad accettare di tutto (demansionamento, sfruttamento, servilismo verso altre figure, ecc.)… complice anche e soprattutto un tirocinio clinico ben lontano dalle loro aspettative.

Che la nostra giovane professione sia da anni in una fase di stallo dal punto di vista del riconoscimento e non riesca realmente ad evolvere, è oramai sotto gli occhi di tutti. I motivi sono tanti… come ad esempio la passione delle vecchie leve verso l’angolo a 45° del letto e per l’aberrante dicitura “professionale” (VEDI articolo), la confusione dei cittadini e dei media che osservano noi professionisti intellettuali spalare feci e distribuire pasti, una denominazione (quella di infermiere) troppo legata alle figure del passato e che forse andava cambiata (VEDI articolo).

Eppure, nonostante ciò possa apparire ai più come un controsenso… sembra proprio che lo ‘stop’ alla crescita degli infermieri italiani nasca proprio nelle università, che troppo spesso mandano avanti chi non lo meriterebbe e che, nella migliore delle ipotesi, sfornano dei professionisti solo ‘teorici’.

Perché in pratica non sono visti come tali, non si sentono tali e, complice un tirocinio clinico mirato a tal fine, sono pronti per entrare in punta di piedi nel magico mondo del demansionamento infermieristico, dello sfruttamento mascherato abilmente da approccio olistico e a fare tutto ciò che si è fatto sempre così”.

Grazie alla mia attività di autore per Nurse Times, ho avuto modo di confrontarmi con tantissimi colleghi infermieri e con molti studenti; che me ne hanno raccontate di cotte e di crude e che, nella maggior parte dei casi, mi hanno descritto percorsi universitari molto simili tra loro… e molto simili a quello che ho vissuto io. Percorsi che, invece di far spiegare le ali ai nuovi professionisti e di prepararli a spiccare il volo, gliele spezzano prima ancora che siano sufficientemente ‘formate’.

All’inizio, la curiosità e una grande motivazione la fanno quasi sempre da padroni, di fronte a quella che sembra la svolta della propria vita, ma… poi, col tempo, purtroppo ci si rende conto di quanto in realtà ci sia ben poco di universitario in questo corso di laurea: spesso si fa lezione in vecchi edifici che vengono chiamati ancora “Scuola Infermieri” e che conservano al proprio interno molte delle dinamiche che caratterizzavano le vecchie scuole regionali.

E poi c’è l’impatto con l’ospedale, durante i primi giorni di tirocinio. E lì… quasi tutti si ritrovano confusi, disorientati: professione intellettuale? Responsabilità dell’assistenza generale infermieristica? Figura in evoluzione? Competenze avanzate dietro l’angolo? Macché…

Ti viene subito il sospetto di essere lì, in realtà, solo per essere sfruttato come pura e semplice manovalanza, visto che passi mattinate intere a fare il giro letti e a correre tra un campanello e l’altro; sospetto che diventa poi una certezza quando le vecchie leve (che ti chiamano ancora allievo e non studente…) iniziano a spiegarti a più riprese che in realtà la figura dell’infermiere non c’entra nulla con quella che ora insegnano all’università, che rifare bene l’angolo del letto è un principio fondamentale dell’assistenza infermieristica, che nel giro letti c’è tutto lo spirito infermieristico possibile-immaginabile e che bisogna sistemare le scartoffie dei medici. Oltre a portargli il caffè a metà mattinata.

Sei stordito. Ma torni a studiare con una moderata convinzione, in quanto pensi che sarà grazie a te e a tanti altri come te, persone che vogliono veramente cambiare le cose, che la professione avrà nuovo lustro. Ma ti accorgi presto di quanto il corso di laurea sia organizzato male e sembri creato apposta per complicarti non poco la vita: un mare di nozioni che ti bombardano il cervello in poco tempo e che non metti quasi mai in pratica subito dopo averle studiate, esami che si ritrovano ammucchiati in ‘corsi integrati’ la cui struttura spesso non semplifica affatto gli studi e l’intero percorso.

E poi di nuovo il tirocinio. Nello stesso identico modo: diagnosi infermieristiche? Processo di Nursing? Cose nuove? Qualcuno che ti mostri le cartelle, situazioni che non conosci o che ti faccia fare pratica su qualcosa di importante e che hai appreso solo tramite i libri?

Certo che no… finché non è finito il giro letti c’è poco da ‘giocare’, perché per essere un bravo infermiere “bisogna conoscere bene le basi dell’assistenza alla persona“, mettendole costantemente in pratica; così da poterne “valutare la cute e da vigilare sapientemente sull’eventuale personale di supporto.

Quante volte abbiamo sentito questi squallidi e poco credibili ritornelli? Certo, perché un laureato in fisica delle particelle deve saper dividere l’atomo con le proprie mani, per poter esercitare ed essere credibile. E un laureato in ingegneria edile deve personalmente piegare i tondini, per capire quanto ferro mettere in un pilastro.

Che poi il fantomatico ‘giro letti’ finisca all’ora di pranzo, quando si è oramai talmente stanchi da non riuscire più a fare nulla e non c’è più tempo per ‘giocare’… è un altro discorso. Che conferma il concetto ‘manovalanza’ di cui sopra.

Ed ecco che a un certo punto del tuo percorso da studente infermiere si realizza, inevitabilmente, quella metamorfosi che tanto temevi: ti guardi intorno e vedi che molti tuoi colleghi di università, quasi tutti, dapprima entusiasti e pronti a ricevere i tre anni d’illuminazione che li avrebbero condotti alla saggezza e a diventare finalmente dei professionisti intellettuali, si comportano esattamente come i colleghi della vecchia scuola.

Non ragionano più in modo scientifico, fanno del mitico “abbiamo sempre fatto così” un imprescindibile assioma, si demansionano da soli senza più porsi il problema, dandosi mille scialbe giustificazioni e soprattutto… non si fanno più domande. Fino alla laurea.

Solo in pochi resistono. Si distinguono. E provano a lottare, cercando di dare il loro contributo per cambiare qualcosa e per far crescere la professione che hanno scelto. Ma… logicamente sono mal visti, vengono emarginati, in alcuni casi mobbizzati e il loro ardore si spegne presto.

Che professionista infermiere può nascere da un percorso di questo tipo?

Alessio Biondino

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