Il provvedimento, assunto a tutela dei malati, riguarda dieci dipendenti che lavorano alla Città della Salute.

Dieci dipendenti della Città della Salute di Torino, medici, infermieri e operatori sanitari, in questi giorni hanno cambiato reparto. Dalla Neonatologia dell’ospedale Sant’Anna sono stati spostati in un ambulatorio. Dalla Oncoematologia pediatrica sono passati in Medicina generale. Dal Centro trapianti sono stati trasferiti al Centro prelievi.

Non è una questione di competenze. Neppure di incompatibilità, fisica o psicologica: i lavoratori destinati a cambiare lavoro sono no vax. Cioè contrari, con diverse sfumature, a sottoporsi alla vaccinazione per parotite, morbillo, rosolia, varicella. Per i pazienti, specie in reparti ad alto rischio come Oncologia ed Ematologia, Centro trapianti e Ostetricia, Neonatologia e Pronto soccorso, Coes, possono rappresentare un serio pericolo. Il trasferimento, dunque, è inevitabile per la tutela dei malati, e ora l’azienda ha intenzione di varare una procedura interna per mettere nero su bianco quali sono i reparti dove non possono essere inseriti dipendenti “immunocompetenti”. Un’inidoneità temporanea, sia inteso, visto che, di fronte a ripensamenti del lavoratore, il ritorno all’attività ordinaria è chiaramente consentito.

Maurizio Coggiola è responsabile della struttura di sorveglianza sanitaria della Città della Salute e ha raccolto alcune delle motivazioni per il rifiuto: «C’è chi dice che un’amica gli ha detto che fa male», chi sostiene di non credere ai vaccini («ci sono molte indicazioni sul fatto che possano essere pericolosi»). Nel caso di una dottoressa esistono invece fondate ragioni per cui la vaccinazione è sconsigliata. Anche lei, in ogni caso, è andata a lavorare altrove.

Il Piemonte, spiega Antonio Scarmozzino, direttore del dipartimento di Qualità e sicurezza delle cure alla Città della Salute, non ha una legge che regolamenta le procedure. Lo ha fatto un anno fa l’Emilia Romagna, che ha approvato una norma che comunica ai medici e agli operatori sanitari in quali reparti non si può accedere se non si è vaccinati. «Ci ispiriamo alle indicazioni dell’Emilia – dice Scarmozzino –, ma in accordo con la medicina del lavoro riteniamo sia necessario avere una procedura interna».

La legge emiliana, beninteso, non obbliga medici e infermieri a vaccinarsi. Ci ha provato la Puglia, che con la sua legge ha provato a inserire un punto in cui chiedeva che in particolari condizioni, “epidemiologiche o ambientali”, le direzioni ospedaliere o territoriali, sentito il medico competente, possano valutare l’opportunità “di prescrivere vaccinazioni normalmente non raccomandate per la generalità degli operatori”. La legge è passata indenne al vaglio di costituzionalità, ma non su questo punto. Obbligare i medici a vaccinarsi resta, per ora, impossibile. Il ministero alla Salute ha approvato il Piano di prevenzione in cui si raccomanda la vaccinazione, ma non ci sono al momento regole unitarie alle quali le Regioni possano attenersi.

Il caso vaccini si estende naturalmente anche a casi di trasmissione di patologie per via ematica. «In questo caso – chiarisce Scarmozzino – è la sala operatoria ad essere luogo vietato». Per non parlare dell’influenza che, durante la stagione invernale, nel momento del picco, può dimezzare i dipendenti e far crescere a livello esponenziale il rischio di far ammalare pazienti debilitati: «Ci sono periodi in cui facciamo fatica a mantenere l’attività perché medici e infermieri sono a casa ammalati».

Redazione Nurse Times

Fonte: la Repubblica