La consulenza richiesta da un collega, al grido di “Qui vige l’abitudine di lasciar comandare le OSS”. E la risposta dell’avvocato Monteleone, che lascia quantomeno perplessi: “Non è detto che l’operatore socio sanitario abbia come superiore l’infermiere”

Una consulenza disperata, richiesta da un collega infermiere all’avvocato Maria Monteleone e pubblicata su La Legge Per Tutti. Che fa riflettere (e molto, anche) circa le condizioni reali della professione infermieristica, fatta di professionisti che troppo spesso si ritrovano inseriti in realtà assurde, dove nella migliore delle ipotesi vengono utilizzati come mestieranti senza arte né parte. Come tappabuchi. Come schiavi dei medici e non solo… Succubi di dinamiche che rischiano seriamente di compromettere la propria integrità psico-fisica, oltre che la propria professione.

Ovviamente segnalare, denunciare o ribellarsi è una mera utopia, visto che si tratta spesso di aziende private dove la dirigenza può fare il bello e il cattivo tempo sui lavoratori, da un giorno all’altro, licenziandoli o perpetrando su di loro un mobbing spietato a ogni rigurgito di dignità professionale. Guarda caso il collega in oggetto è un “libero” professionista (immaginiamo non per “libera” scelta) e perciò “allontanabile” in qualsiasi momento, senza preavvisi, senza tutele, senza nulla. È praticamente in pugno alla sua azienda, che può fare del suo futuro ciò che vuole in qualsiasi momento. Del suo così come di quello dei suoi colleghi.

Sono un infermiere e lavoro come libero professionista, attraverso uno studio, in una casa di riposo privata presso un reparto complesso con utenti non autonomi o allettati. Qui vige l’abitudine di lasciar comandare le OSS al punto che qualche giorno fa è deceduto un ospite che era stato lasciato a letto nonostante le indicazioni infermieristiche di alzarlo, oppure, ad una signora è stato somministrato in ritardo l’antibiotico perché era stata già alzata in carrozzina e le OSS si sono rifiutate di aiutare l’infermiere. Questi avvenimenti in cui non vengono rispettate né le richieste dell’infermiere né le necessità assistenziali (anche primarie) sono all’ordine del giorno. Come posso tutelarmi? La responsabile degli IP delegata dallo studio, la RAA ed in generale la struttura ribadiscono la necessità di non cambiare per il ‘quieto vivere’”.

Una realtà lavorativa o “equipe” (chiamiamola come vogliamo) di questo tipo, non può che uscirne stravolta. Nelle gerarchie, nel proprio funzionamento, nei ruoli, nell’outcome assistenziale, ma… Non nelle responsabilità. Quelle no.

Ovviamente, di fronte al giudice, anche se l’infermiere è costretto a lavorare quotidianamente con lo scopettone in mano o a sottostare alle “direttive” degli OSS, egli rimane un professionista vero; e come tale deve pagare se accade qualcosa di importante.

La risposta dell’avvocato Monteleone presenta diversi spunti interessanti… Anche e soprattutto perché pensiamo (a ragione, leggi alla mano) che la professionista abbia preso qualche abbaglio:

“La figura dell’operatore socio sanitario, per come descritta dall’Accordo Conferenza Stato-Regioni del 22 febbraio 2001, salvo diversa specificazione della normativa regionale, ha carattere complementare rispetto a quella degli altri operatori sanitari, in primis degli infermieri. All’interno delle strutture sanitarie o case di riposo è richiesta una cooperazione tra infermieri, Oss e altri operatori finalizzata a soddisfare le esigenze del reparto e assicurare la tutela dovuta ai pazienti. A meno che la struttura non lo preveda specificamente, non si può affermare la sussistenza di un vero e proprio rapporto gerarchico tra infermiere e Oss; in sostanza, non è detto che l’operatore socio sanitario abbia come superiore l’infermiere. Tuttavia, viste le mansioni e il profilo dell’Oss, avente carattere complementare e certamente non sostitutivo e comunque non autonomo rispetto alle professioni mediche e infermieristiche, è indispensabile ritenere che i criteri di collaborazione, le linee direttive e le indicazioni che esulano dall’autonomia di azione degli Oss, debbano essere di competenza degli infermieri.

Gli operatori socio sanitari dovrebbero dunque limitarsi allo svolgimento delle attività di cura e di assistenza alle persone in condizione di disagio o di non autosufficienza sul piano fisico e/o psichico, lasciando che sia l’infermiere responsabile a stabilire le direttive e indicazioni per lo svolgimento delle attività tecniche più idonee alla tutela dei pazienti, alle quali gli Oss devono necessariamente conformarsi (con riguardo per esempio alla somministrazione dei farmaci, alle medicazioni, alla terapia e alla “sistemazione” del paziente).

Laddove presso la struttura non esista un documento che disponga quali sono le mansioni degli Oss e il rapporto tra questi e l’infermiere, si suggerisce al lettore di scrivere direttamente al responsabile della struttura, manifestando la necessità che gli operatori socio sanitari si adeguino alle direttive dell’infermiere, nell’interesse del buon andamento dell’attività e della tutela dei pazienti, anche al fine di scongiurare incidenti spiacevoli e incorrere in gravi responsabilità dei singoli e della struttura stessa.”

Tradotto: non ci sarebbe rapporto di gerarchia tra infermiere e OSS; l’infermiere non sarebbe un diretto superiore dell’operatore socio sanitario. Quest’ultimo, però, deve lasciare che sia l’infermiere a “stabilire le direttive e indicazioni per lo svolgimento delle attività tecniche più idonee alla tutela dei pazienti”. Quindi, non essendo autonomo e non avendo competenze per decidere alcunché, deve fare ciò che dice l’infermiere. Deve “conformarsi”. Ma non è un suo subordinato. Chiaro, no? Certo che no. Che gli OSS non possano somministrare alcun farmaco e non possano effettuare nessuna medicazione è un altro lungo discorso, caro avvocato Monteleone. Se solo lo avesse letto con più attenzione, l’Accordo Conferenza Stato-Regioni del 22 febbraio 2001

Una domanda sorge spontanea: se anche chi di dovere fa seria fatica a vedere luce sulla questione e a individuare con certezza i due ruoli e il rapporto che intercorre tra loro… Come possono i cittadini capirci qualcosa?

Alessio Biondino

Fonte: consulenza resa dall’avv. Maria Monteleone pubblicata su La Legge per Tutti