Una brutta storia, risalente al settembre del 2017. I quattro indagati dovranno rispondere di lesioni personali gravissime.

Una triste vicenda, risalente al settembre del 2017 e destinata ad approdare in tribunale. Una coppia di giovani trentini e due ostetriche private dovranno infatti rispondere davanti al giudice di lesioni personali gravissime.

Tutto è nato dalla scelta della coppia di far nascere la figlia in casa, affidandosi alle due ostetriche, non dipendenti dell’Azienda sanitaria. Una scelta rischiosa, soprattutto perché la nascitura era in posizione podalica, circostanza di cui i genitori sarebbero stati a conoscenza sin da luglio. Di qui il consiglio di un parto cesareo programmato, che fu fissato per il 28 settembre. La bimba, però, venne al mondo il giorno prima, alle 9:15, con un parto vaginale a domicilio dalle mille difficoltà e dalle conseguenze drammatiche.

Nella notte del 26 settembre, alle 3:15, la donna aveva infatti subito la rottura del sacco amniotico. Alle 23:30 iniziò il travaglio, seguito, alle 7 del 27 settembre, dalla fase espulsiva, parecchio complicata: la piccola nacque cianotica e in arresto cardiorespiratorio. L’arrivo dei soccorsi e la corsa in ospedale non servirono a risparmiarle danni gravissimi.

Ed è proprio la tempistica degli eventi, secondo l’accusa, a configurare il profilo di colpa dei genitori. Stando alla ricostruzione dei Nas, la ginecologa aveva informato la madre dei rischi connessi a un parto naturale in casa quando il bambino si presenta in posizione podalica, invitandola a raggiungere subito il pronto soccorso in caso di rottura del sacco amniotico o di inizio del travaglio. Di Concerto col marito, tuttavia, la donna aveva accettato il rischio (anche di morte), sottoscrivendo un patto terapeutico con le due ostetriche.

A queste ultime si contesta invece di non avere inviato la giovane mamma in ospedale, nonostante fossero presenti il 26 e il 27 settembre e sapessero che alla donna si erano rotte le acque il giorno prima del parto. Solo alle 9:32 del 27 settembre, dopo la nascita della bambina, avrebbero allertato i soccorsi. A loro carico, inoltre, la colpa aggiuntiva di non avere rispettato quanto previsto dalle linee guida sul parto. Per una delle due, c’è infine l’accusa di falso: non sarebbero corretti gli orari indicati sulla cartella ostetrica. Conclusa l’indagine, le difese avranno tre settimane di tempo per chiedere di essere sentite o presentare una memoria.

Massimo Randolfi