Belgio, stangata per un’infermiere italiano: condannato a pagare 1,2 milioni di euro

Il mancato rinnovo dell’iscrizione all’albo, mera formalità burocratica, rischia di costare carissima a Giuseppe Marcello, 35enne di origine siciliana. Gli avvocati che difendono lui e altri colleghi nelle stesse condizioni chiedono un’amnistia allo Stato.

Giuseppe Marcello (foto) è infermiere 35enne originario di Lercara Friddi (Palermo), ma cresciuto in Belgio, dove ha studiato e lavorato fino a poco tempo fa. Ora non più, perché la burocrazia belga gli ha presentato un conto salatissimo: 1,2 milioni di euro da pagare allo Stato per non aver rinnovato l’iscrizione (gratuita) all’albo provinciale di categoria.

Una leggerezza, quella di Marcello, il quale riteneva che il diploma di infermiere ottenuto nel 2007 gli bastasse per esercitare la professione a vita. Invece, dopo un decennio, è arrivata la brutta notizia. Una vicenda, la sua, risalente al settembre scorso, ma tornata in auge in questi giorni perché una ventina di colleghi nelle stesse condizioni potrebbero incorrere in sanzioni simili e hanno chiesto al Governo di Bruxelles un’amnistia per poter continuare a esercitare.

A farsi portavoce di Marcello e degli altri infermieri interessati sono due avvocati, cparlandone col quotidiano Le Soir. In sostanza, la legge belga prevede che un anno dopo il diploma i nuovi infermieri debbano ottenere un visto dalla commissione medica provinciale per continuare a esercitare. Una pura formalità burocratica, per giunta espletabile con procedura online, mentre fino al 2015 bisognava presentarsi alla commissione competente con il proprio diploma. Il visto, tra l’altro, è richiesto dalle autorità solo per ragioni statistiche

, cioè per stabilire il numero di infermieri esercitanti nelle varie province, e non comporta una valutazione o un monitoraggio sul corretto operato degli infermieri.

Stando a quanto emerso durante il processo, Marcello aveva ricevuto diversi avvisi per mettersi in regola, ma non se n’era curato, pensando si trattasse di una scartoffia burocratica non rilevante. Grave errore, perché il giudice ha ravvisato una sorta di esercizio abusivo della professione, condannado il 35enne a restituire quanto guadagnato in una vita da infermiere, attività che non poteva svolgere senza visto. Il suo avvocato, poi, ha peggiorato la situazione, non compilando correttamente il modulo di ricorso e facendo così scattare la condanna definitiva. Casa, proprietà varie, reddito: tutto è stato sequestrato.

Ora i due avvocati che tutelano gli interessi di Marcello e degli altri infermieri a rischio stanno esercitando pressioni sul ministero della Sanità per ottenere un’aministia, quanto mai opportuna in questo momento per via della carenza di personale negli ospedali, congestionati per via dell’emergenza coronavirus. “Nel contesto sanitario attuale – ha spiegato uno di loro a Le Soir – dovremmo tenere maggiormente in conto ciò che rappresenta la professione infermieristica: un’attività intensa e impegnativa, con elevate responsabilità. Invieremo una lettera al ministro della Sanità. Ci auguriamo che si possa comprendere come in un tale contesto si possa omettere di compiere un atto puramente amministrativo. Un atto che non mette certo in discussione le qualità professionali”.

Redazione Nurse Times

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