Cancro alla prostata, nuove tecniche di diagnostica per immagini aiutano a valutarne l’estensione.

Rilanciamo un articolo pubblicato su Medical Facts, il portale di Roberto Burioni. Il cancro della prostata è il tumore più frequente negli uomini e viene tendenzialmente diagnosticato…

Rilanciamo un articolo pubblicato su Medical Facts, il portale di Roberto Burioni.

Il cancro della prostata è il tumore più frequente negli uomini e viene tendenzialmente diagnosticato a partire dai 50 anni di età. Come per tutti i tipi di tumore, definirne in modo preciso l’estensione è fondamentale: un tumore localizzato per intero all’interno dell’organo che colpisce può, infatti, essere completamente portato via con un intervento chirurgico; al contrario, se esce dai confini della parte del corpo interessata o, peggio ancora, si diffonde con metastasi a distanza per esempio attraverso il sangue, bisogna pensare ad altre strategie terapeutiche. Possiamo dunque capire che definire l’estensione del cancro, attraverso affidabili indagini diagnostiche, è una cosa fondamentale. Per esempio, nel caso della prostata, per decidere il percorso terapeutico si fanno usualmente indagini come la TAC e la scintigrafia ossea e, se da queste si deduce che il tumore è localizzato, si può procedere con la chirurgia o con la radioterapia. Tecniche di diagnostica per immagini alternative – Nonostante un’elevatissima attenzione sulla selezione dei pazienti e sulla scelta del trattamento migliore per ognuno di essi, le recidive della neoplasia sono frequenti e questo potrebbe essere parzialmente dovuto ad una insufficiente capacità degli esami utilizzati di individuare le forme tumorali non localizzate alla prostata. Per superare queste possibili limitazioni, alcune tecniche di diagnostica per immagini più recenti potrebbero venirci in aiuto grazie alla loro maggiore capacità di definire l’estensione della malattia. Stiamo parlando della cosiddetta “PMSA PET-CT”: un esame che rileva la presenza dell’antigene di membrana specifico della prostata (PMSA), ossia una proteina che solo le cellule del cancro prostatico esprimono in maniera aumentata. In altre parole, se viene rilevata una maggiore espressione di questa molecola sulla membrana delle cellule, si tratta con tutta probabilità di tumore alla prostata. Le più recenti evidenze suggeriscono che questa tecnica abbia effettivamente grossi vantaggi, ma i dati si riferiscono per lo più ai casi di tumori recidivanti (quindi malattie già trattate una volta che però poi, per motivi diversi, ritornano). Meno sappiamo, invece, se sia effettivamente superiore rispetto alle metodiche generalmente usate anche per la stadiazione del tumore prostatico di prima diagnosi. Insomma, capire se l’uso di questa tecnologia sia vantaggiosa alla malattia anche in caso di primo riscontro della stessa potrebbe essere molto importante, a maggior ragione considerando il fatto che, come abbiamo detto, alcune recidive con tutta probabilità derivano da una non sufficiente capacità delle metodiche convenzionali di capire quanto effettivamente sia estesa la malattia diagnosticata per la prima volta. Lo studio randomizzato
– Sulla prestigiosa rivista scientifica The Lancet è uscito un articolo che illustra uno studio volto a capire se la PMSA PET-CT sia effettivamente migliore delle metodiche diagnostiche utilizzate convenzionalmente per capire l’estensione della malattia, che sappiamo essere uno degli elementi chiave per la definizione di un percorso terapeutico adeguato. Il lavoro descritto dimostra, effettivamente, un netto vantaggio, negli uomini con una nuova diagnosi di tumore prostatico ad alto rischio, della PMSA PET-CT in termini di accuratezza – da cui deriva una migliore gestione terapeutica –, di numero di risultati equivoci che si è rivelato nettamente minore e anche di minore esposizione alle radiazioni. In conclusione lo studio su The Lancet sembra suggerire che la PSMA PET-CT sia superiore alla TAC e alla scintigrafia ossea e potrebbe rimpiazzare queste metodiche per valutare l’estensione del tumore negli uomini che devono essere sottoposti a intervento chirurgico o radioterapia. I risultati ottenuti sono molto solidi, tant’è che gli autori suggeriscono che le linee guida esistenti vengano riviste alla luce di queste nuove evidenze. Una cosa che manca è l’aspetto economico: non è ancora stato investigato ma sappiamo che dovrà senz’altro essere studiato per valutare l’effettiva sostenibilità di questo eventuale cambiamento. Redazione Nurse Times Fonte: Medical Facts  
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