Abbiamo chiesto a un magistrato esperto di problematiche etico-legali per le professioni sanitarie un parere sull’entrata a gamba tesa del sindacato medico.

Ha sollevato un vespaio, la nota con cui il sindacato di medici dirigenti CoAS stigmatizza l’attribuzione di maggiori competenze agli infermieri triagisti, formalizzata dall’introduzione delle nuove Linee guida in materia. Tale nota prende spunto da due recenti pronunce della Corte di Cassazione, relative proprio alla responsabilità di altrettanti infermieri triagisti, in servizio rispettivamente al Policlinico “Umberto I” di Roma e al DEA di Rieti (vedi allegati). In entrambi i casi bisognava valutare la relazione tra il decesso di un paziente e l’errata assegnazione del codice di priorità in accettazione (verde, anziché giallo). L’ipotesi di omicidio colposo ha trovato conferma solo per la questione riguardante l’ospedale romano, che si è conclusa con la condanna dell’imputato. Assolto, invece, il dipendente della struttura rietina. Di qui la domanda: bastano due vicende giuridiche, dagli esiti peraltro opposti, a giustificare la dura presa di posizione del CoAS? L’abbiamo girata a Sergio Fucci (foto), eminente giurista milanese, presidente onorario della Corte di Cassazione, esperto di problematiche etico-legali per le professioni sanitarie. L’elenco delle sue referenze potrebbe continuare a lungo. Qui ci limitiamo a ricordare che ha pure collaborato alla stesura del nuovo Codice deontologico degli infermieri. «Quella del CoAS è una posizione priva di supporto normativo – esordisce –. Intanto bisogna distinguere una sentenza dall’altra. Quella di assoluzione ha espresso seri dubbi sul nesso causale tra l’operato dell’infermiere e il decesso del paziente. Nesso deficitario in ragione dell’elevata percentuale di mortalità per la specifica patologia (infarto intestinale, ndr). In altre parole, la Cassazione ha ritenuto che quest’ultima sarebbe stata fatale anche se l’imputato avesse attribuito il codice giallo in luogo del verde. Inoltre la Corte ha tenuto conto del sovraffollamento presente nel Pronto soccorso, tale da rendere difficile una corretta valutazione. La sentenza di condanna, invece, ha riconosciuto una responsabilità dell’imputato, che non ha seguito il giusto protocollo, commettendo un evidente errore di valutazione del quadro clinico. Ma una singola condanna non giustifica un attacco generalizzato agli infermieri dell’area triage. A tutti può capitare di sbagliare: sbagliano gli infermieri, sbagliano i medici e sbagliamo anche noi magistrati». Anzi, a dirla tutta, l’errore del medico è statisticamente più frequente di quello dell’infermiere. «La giurisprudenza in materia parla chiaro – conferma Fucci –. Personalmente, non ricordo molte condanne di infermieri per l’errata attribuzione del codice in triage. Ho invece commentato diverse condanne di medici che hanno dimesso pazienti senza una diagnosi certa, favorendo così decessi evitabili, se solo le analisi fossero state più approfondite. È appena il caso di ricordare che in triage si definiscono le priorità, non si fa diagnosi. Di solito, quando si verifica un decesso evitabile, il vero problema non sta nell’attribuzione di un codice errato, bensì nell’errata diagnosi, eseguita dal medico del pronto soccorso successivamente alla fase di accettazione». Non si tratta – sia chiaro – di puntare il dito contro una categoria professionale piuttosto che l’altra. «Il lavoro in pronto soccorso è molto complesso – conclude il magistrato – e richiede la massima collaborazione tra medici e infermieri, soprattutto per smaltire il sovraffollamento, spesso causato dall’eccesso di codici bianchi. Anche per questo trovo inopportuna la presa di posizione del CoAS. Le guerre tra professionisti non servono a nessuno. Anziché screditarsi a vicenda, bisogna remare nella stessa direzione, perché l’obiettivo comune è la salute dei cittadini». Redazione Nurse Times ALLEGATO 1: Sentenza Roma ALLEGATO 2: Sentenza Rieti