Francesco Vaccarezza, collega che lavora in Svezia, ci parla della sua esperienza in Scandinavia e dei motivi che lo hanno spinto a lasciare l’Italia.

Non nasco come infermiere e mai avrei pensato da bambino di poterlo diventare un giorno, né di farne la mia professione. Sin da piccolo, infatti, ho sempre avuto un estremo interesse per le lingue, che mi ha portato in età adulta a laurearmi in Traduzione e interpretariato all’Università di Genova nel 2007 e, successivamente, in filologia russa a Mosca (specialistica nel 2009). Tornato in Italia, però, le opportunità lavorative pressoché inesistenti mi hanno spinto a guardarmi intorno e a cercare una soluzione che permettesse a me e alla mia famiglia di andarcene dall’Italia. Così, dopo un’attenta analisi del mercato lavorativo europeo e delle possibili destinazioni finali, il profilo dell’infermiere nei Paesi scandinavi è risultato il più idoneo, anche per il rapporto tra fattibilità e offerte di lavoro. Ho allora tentato, sebbene non avessi la minima idea di cosa facesse un infermiere e di quali fossero le sue reali competenze, il test a Genova nel 2011. Ammetto con estrema vergogna che appartenevo, purtroppo, a quella maggioranza di persone ignoranti che legano la nostra figura al ruolo di schiavo del medico e di “portapadelle”. Ho conseguito la laurea nel novembre 2014, nonostante gli innumerevoli scogli incontrati durante il percorso di studi, legato al basso livello dell’insegnamento e soprattutto al modus pensandi di molti insegnanti, appartenenti alla vecchia generazione. Costoro davano più importanza alla piegatura dell’angolo del letto e non mostravano un reale interesse nel miglioramento della nostra professione e del nostro status. Ricordo ancora, a due settimane dalla discussione della laurea, la responsabile del mio polo universitario consigliarci di intraprendere il corso da oss per avere maggiori possibilità di trovare lavoro, una volta ottenuto il titolo. Ho cominciato con un contratto interinale di un mese (poi rinnovato di altri quattro mesi) nel gennaio 2015, lavorando per l’Associazione Gigi Ghirotti Onlus di Genova, che si occupa di cure palliative. Poi, a partire dal maggio dello stesso anno, nella Terapia intensiva dell’ICLAS di Rapallo, una struttura privata rinomata e altamente specializzata in cardiochirurgia. Qui ho imparato davvero moltissimo. Soprattutto ho imparato ad apprezzare realmente la nostra professione, ma a seguito di alcune pesanti carenze a livello organizzativo, contrattuale (contratti interinali della durata di pochi mesi) e anche a causa di alcuni atteggiamenti di “superiorità” da parte del personale medico e direttivo, l’idea di lasciare l’Italia ha fatto di nuovo capolino. Col passare dei mesi, le possibilità di emigrare si sono fatte sempre più concrete. Ho cominciato a studiare svedese durante i turni notturni e a contattai direttamente i più grandi ospedali di Stoccolma e di Göteborg, che mi hanno risposto una settimana dopo aver ricevuto il mio curriculum. Nel marzo 2016 ho svolto un colloquio via Skype per l’UTIC del Karolinska Institutet di Solna, e ad aprile ho ricevuto il contratto direttamente al mio indirizzo di residenza in Italia, insieme a una lettera che indicava la data prevista per il ritiro delle chiavi dell’appartamento che l’ospedale gentilmente mi aveva trovato a un costo ridotto. Il 27 maggio 2016 ho definitivamente chiuso il mio rapporto con l’Italia e, dopo tre anni e mezzo, non credo sia ipotizzabile o fattibile un ritorno in patria. I motivi sono innumerevoli e magari ne parlerò più dettagliatamente in un contributo futuro, magari descrivendo il rapporto paziente-infermiere e medico-infermiere, che in Svezia si distacca anni luce da quello a cui siamo abituati in Italia. Qui, infatti, siamo visti come professionisti prima e come persone poi, e come tali veniamo rispettati. Qui non esistono inutili e stupide scale gerarchiche, ma facciamo parte di un team in cui tutti sono allo stesso livello e in cui tutti sono rispettati per il proprio ruolo e le proprie competenze. Dopo due anni di UTIC al Karolinska, ho avuto la possibilità di proseguire gli studi in Svezia (stipendiato al 100% dal mio datore di lavoro durante il periodo accademico) e, nel giugno 2019, ho ottenuto la specialistica in sala operatoria all’Università di Uppsala. Se volete seguirmi, ho un blog (uninfermiereinsvezia.wordpress.com), in cui cerco di raccontare più dettagliatamente la mia storia e di mettere in risalto le differenze in termini professionali al di fuori dei nostri confini. Francesco Vaccarezza