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Siamo angeli, non mostri: togliete gli infermieri dalla gogna mediatica

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"Ho un tumore, in Norvegia sopravviverei di più"
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Periodo difficile questo per la professione infermieristica, è innegabile, presa in una morsa mediatica senza precedenti, brutalmente maltrattata e derisa dall’opinione pubblica e, aggiungerei, se me lo consentite, anche scarsamente tutelata da chi aveva il sacrosanto dovere di difendere a spada tratta la categoria e, mi riferisco alla poca verve dimostrata dalla nostra presidente Barbara Mangiacavalli, di fronte agli attacchi mediatici portati da uno sparuto gruppo di “sprovveduti in materia” nei vari talk show, ove era stata invitata a presiedere (Tagadà, Uno Mattina, Porta a Porta, ecc.).

Prendendo in esame il nostro Codice Deontologico, al Capo I, Capitolo 1 recita pressappoco così: “L’infermiere è il professionista sanitario responsabile dell’assistenza infermieristica” a cui possiamo far seguire l’articolo 3, giusto per farci ironicamente, ancora più del male: “La responsabilità dell’infermiere consiste nell’assistere, nel curare e nel prendersi cura della persona nel rispetto della vita, della salute, della libertà e della dignità dell’individuo”.

Belle parole signori miei, non c’è che dire ma, in un breve lasso temporale, siamo passati dai sopracitati “professionisti sanitari” (rispettosi dei più alti valori morali e spirituali), a meri “angeli della morte” giusto per riesumare l’ultimo titolo affibbiatoci dai media in questi giorni infausti.

I casi di malasanità, delle infermiere killer (caso di Lugo condannata all’ergastolo) o presunte tali (caso di Piombino), degli “scontri” in Emilia tra medici ed infermieri del 118 non fanno altro che mettere in cattiva luce una categoria, una professione cresciuta nel tempo con sacrifici e sudore.

L’Infermiere, non è solo questo anzi, non è proprio questo.

Il marcio ahimè regna ovunque, ma da qui a generalizzare, io direi che ce ne passa.

Sacrifici lavorativi e non, turni estenuanti, empatia, amore per la professione, dedizione, impegno e quant’altro, non possono essere soppiantati da ciò che si è materializzato in questi giorni, non bisogna in alcun modo gettare fango sull’autonomia e sul rispetto che la professione è riuscita a ritagliarsi in questi anni difficili.

Non si può ed assolutamente non si deve denigrare il lavoro sano e coscienzioso di migliaia e migliaia di colleghi che ogni giorno, lottano tra le mille avversità di questa giungla sanitaria.

Non siamo carnefici, non crediamo di essere chissà chi, ma vogliamo, anzi pretendiamo che il nostro lavoro venga rispettato, che la nostra professione venga gratificata e non solo dai pazienti che assistiamo ma anche dalle istituzioni e da chi, non avendo l’opportuna conoscenza in materia sanitaria, né della nostra quotidianità lavorativa si erge a giudice accusatore (giornalisti in primis).

Vorrei congedarmi con un aforisma di Gabriel Garcia Marquez (Nobel per la Letteratura 1982):

Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare dall’alto in basso un altro uomo, solo per aiutarlo a rimettersi in piedi

…e, lasciatemelo dire, di questi “uomini” pronti a tendere la mano, nella nostra professione ve ne sono molti.

Scupola Giovanni Maria

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